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Redazione - 18/12/2012

Un’analisi incrociata degli esiti del Consiglio Europeo e del vertice del PPE

di Roberto Musacchio

Passo doppio, nell’ultima settimana a Bruxelles, per quella che è ormai la dimensione vera della politica e cioè l’Europa. Riunione del Consiglio europeo per definire lo stato di avanzamento di quella che viene pomposamente chiamata “l’ integrazione della politica economica” e che in realtà aveva all’ordine del giorno principalmente il pacchetto riguardante il sistema bancario. E riunione del Partito Popolare Europeo (PPE) che si è occupato tra l’altro dell’Italia, alla presenza di Berlusconi e Monti.

Ma andiamo con ordine. La riunione del Consiglio ha prodotto ciò che doveva, e cioè la conferma dei tempi e dello scadenzario per le misure sul sistema bancario. Come previsto, verrà prima la supervisione di vigilanza, affidata naturalmente alla BCE sia pure mantenendo i ruoli delle banche nazionali; per l’integrazione si vedrà più avanti. Il punto è che si rimane dentro il solco della costruzione della governance improntata alla centralità del debito. Il refrain è sempre lo stesso: la crescita è figlia del risanamento. Poco importa che le misure draconiane di questi anni abbiano prodotto, in Grecia come in Italia e come ovunque, l’esatto opposto, appesantendo i bilanci e i deficit pubblici e ancor più il malessere sociale. Si tira dritto. Il tutto è ancora più assurdo se si guarda anche agli elementi propri dello stesso sistema bancario, che sono per altro una parte significativa e strutturale della crisi complessiva.

Solo qualche mese fa lo stress–test compiuto sul sistema bancario europeo aveva evidenziato come tra le banche che risultavano più esposte, addirittura con una proporzione di 1 a 30, erano quelle tedesche e francesi, mentre ad esempio quelle italiane stavano sull’1 a 16. Ora, da un lato si mette a capo del sistema bancario la BCE che ha naturalmente a riferimento proprio la centralità franco – tedesca. Dall’altro non si affrontano le cause di quelle esposizioni che per altro sono connesse sia alle logiche predominanti e speculative della finanza, sia al sostegno che queste esposizioni finanziarie hanno dato all’eccesso esortativo di alcune economie, specie quella tedesca. Nel vero e proprio dumping operato dall’export made in Germany, una componente è data anche dall’azione del sistema creditizio volta all’indebitamento dei Paesi destinatari dei surplus e sempre più sospinti in una dimensione doppiamente strutturale di dipendenza, finanziaria e produttiva.

Il punto è che in una realtà a moneta unica, deprivata cioè della possibilità di agire riallineamenti tra import ed export grazie alle manovre monetarie, leggasi svalutazione o sostegno alle produzioni, se non si praticano politiche economiche di riallineamento ed armonizzazione, i divari strutturali sono destinati ad accrescersi sistematicamente ed esponenzialmente.

Ma di questa armonizzazione economica non si vuole neppure parlare e la stessa integrazione bancaria è rinviata, anche perché priva del requisito che la renderebbe strumento di politica economica attiva e non soggetto di speculazione e di sostegno ai poteri forti, cioè quello di fungere alla redistribuzione del debito ed al riallineamento produttivo.

Analoghe considerazioni si possono fare per quelle integrazioni budgetaria e fiscale di cui si è solo accennato, della prima, al Consiglio. Per ora il budget europeo è stato addirittura ridotto con la condizione paradossale che l’UE si impone come dominus sul 100% delle risorse fiscali europee avendo di proprio una disponibilità inferiore all’1%. Si è parlato per altro di una sorta di Accordi Contrattuali per Paesi che accederanno al budget europeo per favorire la propria crescita in cambio, come sempre, di misure di supervisione sulla restrizione della propria spesa. E l’integrazione fiscale, in questo quadro, sarebbe l’esatto opposto di quello che è stato il fondamento del contratto di cittadinanza per cui si paga per avere dallo Stato beni ed assistenza, divenendo al contrario strumento funzionale alla riduzione delle prestazioni sociali.

Per non parlare dello storico motto liberale “ no taxation without representation “ ampiamente calpestato da una governance tecnocratica ed intergovernativa che offre al massimo, come recita il Consiglio, riunioni interparlamentari di conoscenza.

Ma, come dicevo, il passo è stato doppio perché alla riunione del PPE vi è stata una vera e propria re-incoronazione di Monti. Qualche giornale italiano ha parlato di una “Europa che vuole Monti”, andando oltre il fatto che si stava pur sempre ad una riunione dei Popolari, cioè della formazione politica europea conservatrice oggi maggioranza relativa nel Parlamento, ma probabilmente minoritaria ad una prossima verifica.

Ma la sostanza però è che a Monti sono arrivati anche i peana di buona parte del mondo del socialismo europeo. Compreso lo stesso Hollande, considerato per un certo tempo il riferimento di una cosiddetta alternativa socialista europea all’austerità della Merkel. L’effetto di spiazzamento della coalizione bersaniana è evidente e, se si guarda alle cose, è ancora più grande della pura questione della contesa di leadership tra Monti e Bersani. In questo unirsi di popolari e socialisti nel “ viva Monti “ ci sono infatti più elementi.

Il primo è che si conferma quella sorta di grande coalizione di fatto, popolare e socialista, che sta gestendo questa fase costituente dell’Europa post compromesso sociale. La seconda è che l’asse Franco – Tedesco è parte integrante di questa grande coalizione e ne partecipa anche sulla base delle proprie collocazioni nazionali e dunque quasi a prescindere dall’articolazione tra i due schieramenti politici. Hollande ha firmato il Fiscal Compact, ne paga le conseguenze, ma non intende rompere l’asse con i tedeschi che è il centro della strategia francese in Europa. E i tedeschi sono tutti protesi a difendere ed espandere il quadro di alleanze che hanno costruito tra capitale finanziario, il proprio sistema manifatturiero volto alle esportazioni e le altre borghesie interessate a guadagnare per sé rapporti di forza rispetto ai propri lavoratori e ai propri assetti istituzionali.

In questo quadro non c’è nessuno spazio per una evoluzione “positiva“ del Fiscal Compact che nasca dall’interno della sua assunzione e nemmeno per un rilancio dello sviluppo italiano grazie ad un ammorbidimento dello spread e a margini concessi dal duo di testa. Cioè la linea della carta d’intenti, nei contenuti e nelle alleanze proposte, della coalizione del PD appare non solo subalterna ma del tutto velleitaria. Non a caso non solo l’agenda Monti è ben lungi dall’essere messa da parte ma al contrario continua a dettare i tempi per l’oggi ed il futuro. Si approva la legge di attuazione del pareggio di bilancio in Costituzione e si incardina con essa quella sorta di auto memorandum per cui una struttura sostanzialmente sovraordinante regnerà sulle scelte di bilancio in relazione con Bruxelles. E Monti chiede in più di esprimere politicamente l’irreversibilità delle scelte che si fanno.

E Bersani, prontamente, dice che ad esempio sull’art.18 non si torna indietro. Cioè si adegua. Al punto che la contesa con Monti , se ci sarà, sarà assai più una definizione di pesi interni allo stesso orizzonte che il dispiegarsi di progetti alternativi che, purtroppo, non ci sono. E sarà anche costretta a restare assai misurata e contenuta dato che con tutta probabilità dovrà portare ad una nuova convivenza.

E Berlusconi? Non ne ho parlato perché, mi sbaglierò, ma non mi pare destinato a giocare un ruolo di vero protagonista oltre quello che gli si vorrà attribuire per facilitare altri giochi. Non per questo non bisognerà combatterlo a fondo, ma con una qualità nuova.

Qualità nuova che è quella che chiedono di mettere in campo quei movimenti che, più di tanta politica, hanno ben letto la fase costituente in cui siamo e di cui Monti, e il “montismo”, si confermano essere tutt’altro che una parentesi. Qualità nuova che vuol dire avere un altro progetto per l’Europa e per l’Italia e provare a giocarli insieme come ha saputo fare Syriza.