Una Risposta a Paul Krugman

Dopo “Fuori da questa crisi. Adesso!”, Paul Krugman ha continuato a seguire – settimana dopo settimana – il “fallimento” delle politiche di austerità.  Soprattutto in Europa anche perché negli Stati Uniti (per non parlare dell’”ultraortodosso” Giappone ora alle prese con un tentativo di fuoriuscita dalla sua più che ventennale stagnazione) è anche grazie alla influenza del Premio Nobel che i tagli ad ogni costo – a partire da quelli ottusamente “lineari” – sono stati contrastati.    Di più, se la disoccupazione viene contraendosi Oltreoceano e la “dittatura dell’uno per cento (gli “Have” contro gli “Have Not” ) trova nell’Amministrazione Obama qualche anticorpo (se non altro di buon senso) buona parte del merito si deve alla limpidezza economica dei ragionamenti e degli ammonimenti dello stesso Krugman.

Ed ora, forse rinfrancato ed entusiamato da una serie – quanto meno – di “errori ed omissioni” dei talebani dell’austerità e dei tagli di bilancio (citando tra gli altri l’oriundo italiano Alesina, “inventore” dell’”austerità espansiva”, quella per – intenderci – fatta Vangelo dal Gabinetto Monti), Krugman afferma orgoglioso che “scientificamente” l’approccio è sbagliato, i tagli non rivitalizzano l’economia, bensì la uccidono.  Almeno in rapporto a quelli che dovrebbero essere i suoi obiettivi fondamentali: crescita, occupazione, benessere (sanità e previdenza).

Ed allora – si domanda Krugman – perché il “mantra” prosegue la sua mortifera azione incontrastato?  E come possono – nonostante gli errori statistici e di modello – continuare a teorizzare che un debito superiore al 90% determina automaticamente minori tassi di crescita. Quando – dice giustamente Krugman – il punto attuale non è la spesa eccessiva bensì quella insufficiente per uscire dalla recessione.  Ciò non bastasse questi economisti “puri”, oltre a fare un apologo “morale” del “abbiamo vissuto sopra i nostri mezzi ed ora ne paghiamo il fio” (anzi il 99% dei cittadini ne paga il fio, mentre l’1% prospera indisturbato), contro-accusano indirettamente il Premio Nobel di prossimità alla “politicizzazione” della scienza economica.

Il punto è che questa è già politicizzata, ma nel senso che i circoli accademici si allineano con gli interessi (miopi e a breve) dei ceti dominanti, o meglio col loro sentire profondo che esclude e non include, che non prova vergogna bensì “ubris” quando un banchiere incassa cento (o mille) volte più di un lavoratore comune.  Anzi – come prova l’esperienza italiana recente – gli accademici “scavalcano” a destra i ceti dominanti ed “inventano” – a dispetto di dati e sondaggi obiettivi – che le ragioni della debole propensione estera  ad investire in Italia non risiedono nelle mille inefficienze, tagliole e corruttele nazionali, bensì nel famigerato art 18 e più in generale nei diritti “rigidi” dei lavoratori.

Anche questo punto è falso, né più né meno del carattere “salvifico” dei tagli, della disoccupazione e della precarizzazione di massa.  Ed allora cosa dovrebbe fare Krugman per “chiudere” la sua pluriannuale riflessione?  Semplice: aggiungere ai “fondamentali” il dato sul tasso di “equilibrio” della società dall’occupazione ad una ragionevole redistribuzione, al miglioramento delle aspettative:  ovvero né più né meno di quello che ha fatto il suo collega Amartya Sen (guadagnandosi anche lui un più facile Nobel) introducendo parametri “fluidi” agli studi sulla crescita del “Terzo Mondo” o dei “PVS”, da cui sono usciti i BRICs di oggi e – forse – quelli di domani.

Infine Krugman potrebbe utilizzare come “test case” il caso Italia dove, complice l’”oggettività” dei mercati finanziari e – prima della drammatica emergenza di quest’ultima – il prevalere nella classe politica senza eccezione alcuna di un altro ridicolo mantra, ovvero quello di “privato è bello e privatizzazione è buona” – con la conseguenza  di liquidare ogni significativo residuo del comparto industriale pubblico e con esso la benchè minima possibilità di politica industriale.     Uccisa l’economia reale, non restava che dipendere da quella finanziaria.

Le conseguenze sono quelle che viviamo: il tutto con buona pace del razionalismo di Krugman.

Ma anche qui la spiegazione (magari extra-economica..) c’è: l’ultimo quarto di secolo in Italia ha visto crescere i ricchi (il nostro 1%), ma non la ricchezza.    Intesa appunto come bene magari privato eppure pubblico (occupazione, miglioramento infrastrutture, crescita complessiva).         Sta qui e non nel debito la causa della crisi, ma tutto ciò è avvenuto per ragioni politiche, non economiche.  Né keynesiane, né post (=anti…) keynesiane.

Comunque grazie, Prof Krugman.

 

Roberto Palmieri