Una modesta proposta “cosmopolitaly”

Premetto che nutro qualche riserva nei confronti di un disegno “cosmopolita” per l’Italia (che per altro verso giova a ricordare a tutti che dovremmo cercare di essere buoni cittadini del mondo) Preciso che queste riserve riguardano soprattutto l’ineludibilità della dimensione europea. Ci piaccia o no, una politica di fuoriuscita keynesiana dalla crisi o è paneuropea o non è, a meno di ipotizzare un recupero di sovranità monetaria col ritorno alla lira e magari connesse svalutazioni competitive di cui nessuno è in grado di garantire che non sia un rimedio peggiore del male. Ho anche perplessità sul cosiddetto “superamento” degli stati nazionali. Saranno superati quanto si vuole, ma per il momento mi sembra che il loro potenziale pedagogico nel tenere a freno egoismi e immoralità localistiche non sia del tutto esaurito. In ogni caso le alternative, al di fuori di aggregazioni regionali come appunto l’Europa, sembrano abbastanza chimeriche: lo stato mondiale non è neppure lontanamente all’orizzonte e l’intreccio di relazioni transnazionali e transregionali in cui consiste la globalizzazione sembra ancora allo stato selvaggio e bisognoso soprattutto di regole, regole autentiche con una fonte d’autorità in grado di farle rispettare.
Detto questo, vorrei fare un esempio che a mia avviso dimostra che su singoli aspetti un’iniezione di “cosmopolitismo” in dosi avvedute possa essere un tonico per l’economia e intaccare aspetti sclerotici del nostro sistema. Mi riferisco alla concorrenza bancaria sul piano degli investimenti nell’industria. Le banche italiane ed europee hanno ricevuto dalla BCE prestiti a tassi molto generosi – ovviamente anche per consentire di assorbire titoli di stato – ma si ha l’impressione che, comodamente sedute sulla rendita finanziaria differenziale, stiano adoperando la lesina quando si tratta di fare il loro mestiere di prestatori all’economia reale. E allora, mi chiedo, perché non suonar loro la sveglia esponendoli a un po’ di sana concorrenza anche extraeuropea? Modesta proposta: perché non autorizzare le banche dei Paesi membri del WTO (Corea del Sud, Singapore, Cina, Paesi del Golfo, ecc…) ad aprire uffici in Italia? Inizialmente si potrebbe rilasciare loro una licenza solo per gli investimenti e non anche per la raccolta di risparmio. Dopo qualche anno, se si fossero comportate bene, si potrebbe aprire anche il discorso sul risparmio per le più virtuose. Il sistema bancario italiano ne uscirebbe stritolato? Non credo: forse ne uscirebbe sanamente rieducato sui suoi compiti.

Sergio Scarantino