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Redazione - 14/12/2012

Un nuovo Primo Ministro per il Mali

di Silvia Loschiavo, Mali

A solo un giorno di distanza dall’arresto del Primo Ministro del Mali Cheick Modibo Diarra, avvenuto lo scorso 10 dicembre, la televisione di Stato del Mali ha annunciato la nomina a premier di Django Sissoko, ufficiale dell’entourage presidenziale.

La sera dello scorso 10 dicembre l’allora Primo Ministro Diarra, in procinto di prendere un aereo per Parigi per effettuare dei controlli medici, è stato arrestato da una ventina di militari provenienti da Kati, città-presidio nei pressi di Bamako e base degli ex militari golpisti. Secondo un membro dell’entourage del Primo Ministro, gli stessi militari hanno affermato di essere stati inviati dal capitano Sanogo, a capo della giunta militare istituita dopo il colpo di Stato del presidente Traoré.

Nella prima mattinata di martedì, il Primo ministro è apparso in onda sull’Office de radio-télévision du Mali e ha dichiarato, lineamenti tesi ed aria solenne, la volontà di dimettersi assieme al suo governo, ringraziando i propri collaboratori ed augurando alla “nuova squadra” che prenderà il suo posto la riuscita nell’arduo compito di liberare il nord del Mali dall’occupazione islamista e di organizzare delle elezioni presidenziali democratiche.

Secondo alcuni analisti africani la figura di Diarra, ex presidente di Microsoft Africa e astrofisico, ha perso consensi e credibilità per l’indecisione dimostrata nei confronti di una prospettiva di intervento militare di una task-force africana nelle regioni del nord. La classe militare con a capo Sanogo, personaggio che ama definirsi erede diretto di De Gaulle, non ha perdonato a Diarra l’empasse politica dovuta all’eccessiva prudenza nel dare appoggio alle azioni di riconquista dei territori occupati dai gruppi estremisti islamici.

D’altronde, l’arresto e la fulminea sostituzione di Diarra intervengono in un momento politico chiave, alla vigilia degli incontri di “concertazione nazionale” convocati dal governo di transizione per mettere insieme le forze del Paese – Istituzioni, società civile, militari – per affrontare la gravissima crisi che attraversa la regione.

Dopo il colpo di Stato dello scorso anno, il presidente ad interim Dioncouda Traoré (definito un dittatore, spesso paragonato al fu Gheddafi) ha nominato Sanogo a capo di una struttura incaricata di riformare l’esercito del Mali, demoralizzato e privo di mezzi.

I problemi del Paese non hanno tardato ad aggravarsi: i Tuareg, popolazione nomade del Sahara, scontenti della propria situazione e delle pretese violazioni dei loro diritti politici e culturali, combattono per la loro indipendenza dal Mali dagli anni ’60 dello scorso secolo. Il conflitto ha causato più di 200.000 sfollati e si è andata sempre più delineando la vicinanza il Movimento di liberazione nazionale dell’Azawad (MNLA) e la branca nordafricana di Al Qaeda.

Tra gli “impazienti” desiderosi di mettere in atto al più presto un’azione militare di liberazione dalla minaccia islamista radicale nel nord Mali vi è anche l’Unione europea, che, augurando la creazione di “un quadro credibile per le negoziazioni nord-sud”, ha dichiarato la disponibilità ad impiegare una missione di 250 formatori militari per addestrare 8 battaglioni dell’esercito del Mali da gennaio 2013 .

Dal canto suo Romano Prodi, inviato speciale delle Nazioni Unite nel Sahel, ha stimato che “un’azione militare nel nord del Mali sarà possibile solo a partire da settembre 2013”. Una soluzione politica di dialogo con i Tuareg e con gli islamisti sembra invece essere caldeggiata dal Segretario Generale Ban Ki Moon: d’altronde, un tentativo di dialogo tra una delegazione del governo maliano, gli emissari di Ansar Eddine e dei ribelli tuareg del MNLA si è registrato lo scorso 4 dicembre a Ouagadougou, al cospetto del presidente burkinabé Compaoré. Nonostante l’incontro abbia prodotto delle dichiarazioni di comune volontà di cessare le ostilità, alcune questioni fondamentali come l’applicazione della sharia nelle zone controllate da Ansar Eddine e l’autodeterminazione (e non più l’indipendenza) reclamata dai tuareg sono rimaste aperte.

Nel frattempo l’impiego “con urgenza” dell’uso della forza è stato a più riprese invocato dalle potenze e dalle organizzazioni regionali africane (Cedeao, Unione africana, Costa d’Avorio, Benin, Chad).

L’estrema fragilità della situazione politica si accompagna ad un’emergenza umanitaria tanto grave quanto ignorata. “La vita quotidiana della popolazione del Mali consiste in flagellazioni, amputazioni, esecuzioni sommarie, arruolamento di bambini soldati, stupri, lapidazioni” ha dichiarato la Ministra degli Esteri e dell’Integrazione Africana. I 380.000 profughi (numero è destinato a crescere nei prossimi mesi) che hanno sconfinato in Mauritania, Algeria, Burkina Faso e Niger vivono in condizioni disastrose, aggravate dalla crisi alimentare e dalla siccità nella regione del Sahel.