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Redazione - 29/10/2012

Stati Uniti, Europa e il nodo Mediorientale.

A bout de souffle.

Del classico film di Jean-Luc Godard esiste la versione moderna e mediocre. Il titolo conserva inalterato il senso di uno stato d’animo: quello che ci prende alla vigilia delle elezioni americane, dove i contendenti si affiancano e si superano nei sondaggi incessantemente, talché è difficile azzardare qualsiasi previsione sull’esito finale. Come possa accadere che il Presidente in carica  patisca la rielezione pur non avendo fatto alcunché di riprovevole, questo è un mistero che si chiarirà a elezioni avvenute quando il voto sarà sezionato dagli esperti di statistica. Certo è che oggi, malgrado la svolta centrista del candidato repubblicano, la scelta fra l’uno e l’altro non è indifferente per l’America e per l’Europa.

L’Unione europea guarda alle elezioni americane con una traccia di amara sorpresa. Nel duello televisivo sulla politica estera il riferimento all’Europa è scialbo e tutto sommato indiretto. E’ da un pezzo che l’Europa sa di non essere al centro delle dottrine strategiche americane, è da un pezzo che simula di non accorgersene, contando sull’inossidabile amicizia transatlantica e sul rapporto speciale fra Londra e Washington. Rapporto che, per inciso, non è detto che vada sempre a beneficio dell’Unione nel suo insieme. L’attenzione americana – e l’afflato è bipartisan – va ai grandi giocatori internazionali e soprattutto alla Cina che, se non ora nel medio periodo, è il vero rivale d’Occidente e dunque degli Stati Uniti. Il rapporto con la Cina è controverso, oscillando fra cooperazione e confronto, fra qualche tempo il pendolo potrebbe volgere alla contrapposizione. E dunque bisogna attrezzarsi per tempo.

La fortuna d’Europa – fortuna senza ironia – è che ha una dimensione meridionale che la porta a confinare con un’area di crisi per eccellenza: non tanto il Mediterraneo meridionale, come si scrive nei documenti di Bruxelles, quanto il Medio Oriente e il Golfo. Le presenze contrapposte politicamente, ma convergenti per il loro potenziale di tensione, di Iran e Israele calamitano l’attenzione americana. Stabilizzato in qualche maniera l’Iraq, l’area della crisi resta là, fra il Mediterraneo e il Mar Rosso e Hormuz. La frontiera meridionale d’Europa è importante per gli americani.

Israele si avvia a celebrare le elezioni, ed i partiti del Primo Ministro e del Ministro degli Esteri si fondono per contare di più insieme che separati. La nostalgia del Presidente palestinese per il centrista Olmert la dice lunga sia sulla offerta della politica israeliana che, lost in translation la sinistra del Labour, sembra  dimenticare il lessico della pace, sia sul ripiegamento delle ambizioni dell’Autorità Palestinese. La cui autorità è scalfita dal riconoscimento del governo di Hamas a Gaza da parte dell’Emiro del Qatar. Il riconoscimento, dato il carattere dell’Emirato, è condito di un piatto ricco di aiuti, tanto più gradito quanto più misera è la condizione del popolo di Gaza.

Qualche studioso americano ipotizza una nuova formula, che in realtà ricalca altre già note. Non più il mantra di due popoli e due stati, ma di due popoli in tre stati. Gli israeliani nello stato ebraico ed i palestinesi negli stati arabi di Egitto e Giordania. Più facile di così. Bisogna capire se i fatti siano più testardi delle teorie, ed il fatto primario è quello che si consumerà ai primi di novembre nel teatro dell’America – mondo.

Di Immanuel