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Redazione - 03/10/2013

Stati Uniti e Medio Oriente: tra crisi siriana e nuove prospettive nei rapporti con l’Iran

Di Alessandro Caivano

A circa due anni dallo scoppio della guerra civile siriana, la comunità internazionale è ancora alle prese con la gestione di una crisi che mette in risalto i limiti di un sistema internazionale caratterizzato da evidenti falle strutturali, spesso conseguenza dell’assenza di un’autorità di vertice giuridico-politica del sistema stesso. Il ruolo degli Stati Uniti nella vicenda siriana ha vissuto fasi alterne e ancora oggi fatica a trovare una propria stabile collocazione in una crisi che riguarda, non solo, un’area storicamente instabile come il Medio Oriente, ma tocca, altresì, gli interessi strategici dei principali attori globali.

Ad un’iniziale presa di distanza da parte di Washington, coerente con l’atteggiamento cauto, a tratti remissivo, dell’amministrazione Obama verso gli eventi che hanno contraddistinto la Primavera araba, è seguito, negli ultimi tempi, un repentino cambio di atteggiamento. Il presidente americano, in aperta rottura con la linea di politica estera attendista che fino a quel momento aveva caratterizzato la posizione di Washington nei confronti della vicenda siriana, ha richiamato l’attenzione della comunità internazionale sulla necessità di reagire alle ripetute offensive del regime di Bashar Al-Assad contro la popolazione siriana. Il presunto attacco con armi chimiche compiuto il 21 agosto dalle forze del regime presso un quartiere alla periferia di Damasco è stato definito un “massacro indiscriminato di civili”, una “oscenità morale” verso cui la comunità internazionale non può rimanere a guardare.

Obama, tramite l’azione e le parole del nuovo Segretario di Stato John Kerry, si è subito attivato per formare una coalizione di Stati in quello che taluni hanno visto come un maldestro tentativo di replicare le mosse del suo predecessore compiute appena un decennio prima. Dopo due settimane dalla proposta di intervento congiunto in Siria, Obama ha, tuttavia, dovuto fare un passo indietro rispetto ai propositi iniziali, costretto a cedere dinanzi al peso delle divisioni interne che caratterizzano la sua amministrazione dal Day 1 del suo primo mandato e a un’opinione pubblica ostile all’ipotesi di un intervento militare in Siria. Persino il supporto della comunità internazionale, decisivo per allontanare ogni possibile accusa di ritorno all’unilateralismo di bushiana memoria, è venuto quasi immediatamente meno con il “no” ricevuto da Cameron dal proprio Parlamento in Inghilterra e con le reticenze degli altri Paesi occidentali, tra cui l’Italia, ad agire senza un mandato delle Nazioni Unite.

Ecco allora che proprio le Nazioni Unite, inadeguate a ricoprire quel ruolo di vertice dell’ordinamento giuridico internazionale prospettato in origine e, nello specifico, incapaci di gestire una crisi che ha ormai assunto i contorni di una vera e propria catastrofe umanitaria, sono tornati, nelle ultime settimane, al centro di una possibile soluzione diplomatica. L’azione della Russia di Putin, erettasi ad inverosimile baluardo del rispetto del diritto internazionale, ha consentito all’amministrazione Obama di percorrere una provvidenziale exit strategy per uscire dall’impasse politica generata da un più che probabile voto negativo del Congresso rispetto all’ipotesi di intervento militare in Siria.

L’accordo, discusso nella stessa Ginevra in cui, 28 anni fa, Reagan e Gorbačëv, durante il loro primo incontro ufficiale, ponevano i primi fondamentali tasselli per il definitivo disgelo tra Stati Uniti e Unione Sovietica, è stato raggiunto il 26 settembre scorso e prevede il completo smantellamento dell’arsenale di armi chimiche da parte del regime siriano entro l’estate del 2014 oltre al via libera di Assad per l’ingresso da parte degli ispettori dell’ONU nel Paese. Quanto questa soluzione possa effettivamente contribuire a porre termine ad un conflitto i cui ingenti costi umanitari sono rappresentati dalle oltre 100.000 vittime e dai due milioni di siriani sfollati è, ad oggi, difficilmente decifrabile.

L’aspetto più problematico dell’accordo, che ne mina sin dal principio le fondamenta, è costituito dall’eventualità di un mancato rispetto degli impegni presi da parte di Damasco. L’intesa di giovedì scorso prevede, infatti, in tal caso, il ricorso al Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, che legittima il Consiglio di Sicurezza ad intervenire di fronte a minacce e violazioni della pace o ad atti di aggressione. La Russia, dal canto suo, tramite le parole del Ministro degli Esteri Lavrov, ha già fatto intendere come sia da escludere un futuro ricorso all’articolo 42, che stabilisce l’adozione di misure implicanti l’uso della forza. Inoltre, un eventuale ricorso agli articoli contenuti nel Capitolo VII dovrà passare necessariamente per una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza, organo bloccato già tre volte, dall’ottobre 2011 ad oggi, dal veto di Mosca e Pechino. Da questo punto di vista, le parole di esplicita condanna dell’accordo pronunciate da esponenti di un’opposizione siriana sempre più frammentata dopo la presa di distanza di 13 gruppi ribelli dall’autorità centrale del Free Syrian Army sollevano, quanto meno, perplessità condivisibili.

Dato di fatto degno di menzione, in ogni caso, è rappresentato dal nuovo atteggiamento dell’amministrazione democratica americana verso il Medio Oriente. L’area che da sempre riveste un’importanza fondamentale per gli Stati Uniti, chiamati a trovare un difficile equilibrio tra la salvaguardia degli interessi dell’unica democrazia della regione – Israele – e la necessità di non inimicarsi i Paesi arabi produttori di risorse energetiche e materie prime, ha visto, in coincidenza della ri-elezione di Obama alla Casa Bianca, un rinnovato interesse da parte degli Stati Uniti per le vicende del Medio Oriente. Importanti novità quali la recente ripresa dei negoziati tra Israele e Palestina promossa da Kerry e la risoluta presa di posizione di Obama nella crisi siriana sono state, infatti, corollate, in questi giorni, dallo storico – seppur ancora embrionale – riavvicinamento tra Iran e Stati Uniti. La visita del nuovo presidente iraniano Rouhani a New York in occasione della consueta sessione settembrina all’Assemblea Generale dell’ONU è stata l’occasione per sottolineare la nuova apertura di Teheran verso un dialogo con l’Occidente che porti all’alleggerimento delle pesanti sanzioni economiche che minano ormai da diverso tempo la salute dell’economia iraniana.

Soprattutto, la visita di Rouhani, il cui discorso all’Assemblea Generale è stato accolto con grande favor dai leader politici mondiali, è stata suggellata da una telefonata al presidente americano Obama che ha interrotto un silenzio tra i massimi vertici dei due esecutivi che durava dal 1979, anno della Rivoluzione islamica iraniana. Sebbene la prospettiva di un dialogo finalmente costruttivo tra Washington e Teheran sia stata già oggetto di critiche in entrambi i Paesi, è innegabile constatare come i vantaggi reciproci a seguito di una distensione nelle relazioni Iran-Stati Uniti siano evidenti da entrambe le parti. Se per l’Iran, infatti, la normalizzazione dei rapporti con gli USA significherebbe uscire da una posizione di isolamento internazionale e favorire la ripresa di un’economia che ha subito ingenti perdite in termini di esportazioni petrolifere e scambi commerciali, per gli Stati Uniti sarebbe l’occasione per controllare e porre eventualmente dei limiti al processo di arricchimento dell’uranio iraniano. Ciò consentirebbe di scongiurare, soprattutto, il rischio di una nuclearizzazione dell’Iran e, potenzialmente, dell’intera regione mediorientale.