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Redazione - 18/12/2013

Stati Uniti e Cuba: prove di disgelo

di Marco Baccin

I media di tutto il mondo hanno dato grande risalto alla “storica” stretta di mano tra Barack Obama e Raul Castro e alla breve conversazione che i due leader hanno avuto a margine della cerimonia funebre per Nelson Mandela.

E’ difficile dire se il gesto di Obama (duramente criticato dal partito repubblicano, dove, anche se meno del passato, è ancora forte l’ala oltranzista della lobby cubana di Miami) preluda a un riavvicinamento tra Washington e L’Avana, ma, non da oggi, è evidente il desiderio del Presidente americano e di Castro di migliorare le relazioni tra i loro due paesi.

Raul Castro da molto tempo ha dichiarato di essere disponibile a un dialogo con gli Stati Uniti, purchè “rispettoso e su un piede di parità” (“dignità e indipendenza nazionale” sono condizioni irrinunciabili per il governo cubano), mentre Obama ha recentemente definito datata ed obsoleta la politica adottata nel 1961 dal governo americano nei confronti di Cuba e, nel corso del suo primo mandato, ha adottato alcune misure distensive come l’abolizione delle drastiche limitazioni ai viaggi e alle rimesse valutarie verso Cuba precedentemente imposte ai cubano-americani.

In realtà, al di là dello sventolio delle contrapposte bandiere, americani e cubani, anche grazie alla mediazione della Chiesa cattolica, da tempo si incontrano regolarmente per discutere di molti temi di comune interesse, fra cui la cooperazione in materia meteorologica, migratoria, postale e nella lotta al narcotraffico.

Il gesto di Obama e Castro si inserisce quindi in un contesto di “prove di disgelo” che è nell’interesse delle due parti.

Obama che, nel secondo mandato, ha le mani più libere, dopo l’Iran potrebbe cercare di chiudere anche il dossier Cuba (ultima eredità della guerra fredda), il che gli consentirebbe di migliorare notevolmente l’immagine degli Stati Uniti in America Latina.

Raul Castro, da parte sua, sa bene che l’eliminazione, o almeno l’allentamento, dell’embargo statunitense (condannato dalla quasi totalità degli stati membri dell’ONU) avvantaggerebbe  la disastrata economia cubana e che una normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti completerebbe l’inserimento di Cuba nel contesto internazionale, già fortemente sviluppato nel corso degli ultimi anni.

D’altro canto non va dimenticato che le riforme promosse da Raul Castro stanno cambiando il quadro di riferimento anche per le relazioni cubano-americane (gli Stati Uniti, come molti altri, in realtà vedono di buon occhio la transizione graduale avviata a L’Avana, che dovrebbe evitare rischi di instabilità e ingovernabilità).

Il nuovo corso del Presidente cubano ha infatti introdotto cambiamenti significativi nel modello a suo tempo creato da Fidel Castro e prefigura sempre di più un sistema di economia mista.

Le aperture all’iniziativa privata, il decentramento decisionale e amministrativo, la riduzione dell’assistenza statale e la riduzione del numero dei lavoratori pubblici, la riforma del mercato del lavoro, il riconoscimento dei diritti di proprietà su immobili e autovetture, l’avvio dell’unificazione monetaria e l’eliminazione delle restrizioni ai viaggi dei cubani costituiscono innovazioni importanti, suscettibili di spingere Cuba verso un nuovo modello economico (che dovrà comunque garantire la prosecuzione delle politiche sociali – sanità, educazione, cultura, sport – vanto del governo cubano) e, in prospettiva, anche politico (la liberazione dei detenuti politici ed una certa apertura alla discussione ed alla critica vanno in questo senso, anche se prosegue la repressione”a bassa intensità” della dissidenza, “galassia” per altro composita, priva di radicamento sociale e incapace di rappresentare una reale alternativa politica).

La stretta di mano sugli spalti dello stadio di Soweto, avvenuta in un contesto più favorevole del passato può quindi preludere ad una nuova fase delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti.

Perché ciò avvenga realmente è però necessario che vengano risolti due problemi fondamentali per  Washington e L’Avana: la liberazione del cittadino americano Alan Gross, condannato a 15 anni di carcere e detenuto nelle carceri cubane con l’accusa di spionaggio, e quella di quattro agenti cubani imprigionati negli Stati Uniti dal 1998 con analoga accusa.