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Redazione - 24/01/2013

Sorprese nel cortile di casa nord africano

di Silvia Loschiavo

Risale allo scorso 20 gennaio l’intervento del Ministro degli Esteri Giulio Terzi davanti alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato sulla crisi in Mali. Il Ministro ha confermato che Governo e Parlamento sono d’accordo nel dare conferma “sul piano politico, di ampia condivisione sulla necessità e urgenza di questa operazione francese e africana e dell’intera comunità internazionale”.

Il Ministro della Difesa Di Paola ha aggiunto che il governo italiano si sta muovendo con “prudenza e senso di responsabilità” nella zona calda del Sahel per affrontare la situazione di emergenza dovuta alla massiccia e minacciosa presenza di gruppi armati jihadisti nel nord del Mali, la cui attività nel territorio era da tempo nota all’intelligence italiana. “La [nostra] sorpresa” aggiunge Di Paola “è stata più sul piano tattico: colonne di 80 pick-up con sopra ognuna una ventina di terroristi e con mezzi e strumenti che sono venuti anche in abbondanza dalla situazione soprattutto dal sud della Libia”.

Certo è che, approfondendo i retroscena  degli equilibri politico-economici della regione del Mali e dei vicini Paesi, questo moto di sorpresa (espresso peraltro anche dalla Francia non appena iniziata l’offensiva militare in Mali) oltre che poco credibile, appare un’ingiustificabile impreparazione da parte di un Paese che si fregia di condurre una politica estera.

 

Intanto l’attenzione della comunità internazionale è stata interamente catturata dall’attentato della scorsa settimana allo stabilimento di Sonatrach-BP-Stateoil In Amenas (Algeria), sventato da un sanguinoso blitz delle forze algerine conclusosi il domenica 20 gennaio, nel corso del quale sono rimasti uccisi 32 terroristi (tra cui 4 emiri) e 23 ostaggi, mentre 685 dipendenti algerini e 107 stranieri sono stati liberati. Di enorme portata sarebbe, inoltre, il carico di armi sequestrate: sei mitragliatrici pesanti, 21 carabine, due mortai da 60 mm, razzi, missili, lancia granate Rpg, dieci cinture esplosive.

Da dove trae origine questa “sorprendente” fornitura di risorse economiche e armamenti in mano ai movimenti jihadisti?

 

Al-Qaida nel Maghreb islamico (Aqim), il gruppo che ha rivendicato l’attentato di In Amenas, è un gruppo terroristico di origine algerina insediatosi nel Sahel all’inizio degli anni Duemila, che ha cominciato a finanziare le proprie attività grazie ai rapimenti di ostaggi occidentali e ai traffici di stupefacenti.

In particolare, questo ultimo elemento fa emergere come negli ultimi anni il Sahel si sia affermato come hub fondamentale delle rotte internazionali della droga che giunge in Europa, ridisegnando così gli equilibri geo-economici globali. Dallo studio “The transatlantic cocaine market”, documento dello United Nations Office on Drugs and Crimes dell’aprile 2011, si riportano i dati sul volume del traffico di cocaina importata in Europa dal Sud America attraverso l’Africa occidentale, che ammonta a 21 tonnellate nel solo 2009.

La droga giunge dall’America Latina agli hub di Dakar (Senegal) o della Guinea-Bissau per la via aerea o via nave. Il percorso prosegue attraverso le regioni desertiche del Sahel, il cui vuoto di potere dovuto alla debolezza degli Stati regionali (Mali, Mauritania, Niger) fa sì che questa area sia una vera e propria oasi per ogni genere di traffico illegale. Ultimamente si è andata sempre di più sviluppando la rotta aerea detta “Air cocaine”, che fa leva sulla scarsità di mezzi dei paesi africani nel controllo e gestione dei propri spazi aerei.

Il nord del Mali, in particolare, versa in uno stato di totale abbandono dovuto in primis alla politica nazionale condotta dall’ex Presidente Amadou Toumani Touré (detto ATT), il qual distinguendo un “Mali utile” da tutto ciò che non lo è (il nord), non ha mai preso provvedimenti per affrontare le emergenze umanitarie.

Le difficoltà della zona sono di tipo economico e sociale: il recente collasso dell’economia è infatti stato provocato da difficoltà climatiche unite alla rapidissima crescita demografica, in un contesto ove sorgono, inoltre, tensioni sociali fra gruppi etnici nomadi e pastori. Con queste premesse, le popolazioni dell’area hanno negli anni trovato un unico sbocco: quello dell’illegalità e del narcotraffico.

Il denaro ricavato dai traffici di droga ha permesso alle organizzazioni fondamentaliste del nord del Mali di incrementare il reclutamento di nuove leve, sostituendosi alle carenti autorità statali e interpretando il ruolo di welfare a livello locale, garantendo una sorta di ridistribuzione della ricchezza – ottenuta con mezzi illeciti – ai poveri della zona.

D’altronde, pecunia non olet. E’ questa la posizione di alcuni teorici della religione islamica: sebbene provenienti da attività illecite, i finanziamenti per la buona causa della jihad sono ben accetti: il gruppo Aqmi, in particolare il suo leader Belmoktar – fin dalla fine degli anni ’90 soprannominato “Mister Marlboro” -  è noto per essere a capo della falange maggiormente implicata in attività lontane dai valori religiosi islamici.

 

L’attentato di In Amenas ha inoltre aperto un dibattito sulla situazione e sulla sicurezza degli stabilimenti delle grandi multinazionali dell’energia.

Pochi giorni fa il New York Times osservava come il complesso di estrazione del gas attaccato la settimana scorsa rappresentasse un’ “oasi di lusso in una nazione che emerge a fatica dalla povertà”, come, del resto, gli stabilimenti di petrolio e gas costruiti in tutto il mondo.

Di certo le grandi compagnie hanno avuto da sempre la preoccupazione della sicurezza di queste enclavi occidentali presenti nelle regioni più instabili del globo (qui si potrebbe aprire una serie di interrogativi sulla natura della coesistenza dei due fenomeni: casualità, conseguenza inevitabile o precondizione necessaria?). Certo è che al grande rischio delle multinazionali corrisponde sempre un grande guadagno, e che gli staff, normalmente un mix tra locali e espatriati, vivono in una sorta di “prigione dorata” le cui misure di sicurezza, però, sono state messe in discussione dopo l’attacco di In Amenas.