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12/11/2012
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Skyfall , ovvero il Bondismo compie cinquanta anni.

Natalia Aspesi consiglia Bond, James Bond, a tutte le donne ancora in grado di emozionarsi: non per amarlo, ché sarebbe troppo impegnativo, ma come “ottimo accompagnatore per fare bella figura con le amiche” e per qualche “esercizio pelvico” che l’accompagnatore abituale non è in grado di praticare (Bondismo, La Repubblica del 1° novembre 2012).

A leggere i numeri di Bond all’epoca del suo cinquantenario cinematografico  c’è da restare impressionati. La più lunga e felice  saga del cinema, vari attori che interpretano il personaggio, alcuni – il mitico Sean Connery – fino ad esserne schiacciati e non poterne più, altri presto scomparsi come gli scialbi Lazenby e Dalton, fino al rilancio con Brosnan ed all’apoteosi con Daniel Craig. Il suo ultimo Skyfall è il migliore Bond di sempre col migliore regista di sempre, il Sam Mendes già Premio Oscar per American Beauty. Una collezione di primati cui si aggiunge quello della frase più citata della storia del cinema, un logo inconfondibile quanto la sigla 007: My name is Bond, James Bond. La frase che il protagonista pronuncia prima o poi nel corso della pellicola e che lo spettatore aspetta con ansia da suspense.

I romanzi di Ian Fleming, per chi riesca ancora a leggerli (e qualcuno ci deve essere se in Italia Adelphi li viene ripubblicando)e rimangono Lontani anni luce dalla raffinatezza letteraria di autori di spy stories  come John Le Carré. Eppure hanno generato un personaggio inossidabile che più dello Smiley di Le Carré  incarna il mito dell’homo britannicus. L’epigono di una potenza imperiale malgrado la fine dell’Impero, che al servizio di Sua Maestà salva il mondo da pericoli inenarrabili: prima il comunismo di marca sovietica e poi i dittatorelli e i cinesi e i narcotrafficanti e i terroristi e le talpe in seno al Servizio. Un campionario di maudits  uniti dal desiderio di sovvertire i valori piccolo borghesi del britannico medio e di noi tutti. Soltanto un aristocratico, nel senso greco del termine, come Bond può proteggere così convenientemente la piattezza della società. Un’opera di riscatto, sottilmente umanitaria, che mette in ombra i sacrifici delle mille ONG al servizio di qualche causa benefica e terzomondista.

Bond non è terzomondista né progressista né europeista né femminista. E’ così palesemente scorretto sotto il profilo politico da sembrare poco credibile, un prodotto dell’immaginazione, in cui tutti pero’ amerebbero identificarsi. Nessuno come  un conservatore puro e duro come lui – addirittura con la licenza di uccidere di cui fa largo uso senza ombra di scrupolo -    interpreta lo spirito britannico,  che finisce per avere il profilo bi-partisan del  laburista Blair che insegue il Graal della Terza Via ed il conservatore Cameron che parla sempre più apertamente di uscita dalla comune europea a favore della comune mondiale. E’ nella comune mondiale che l’homo britannicus,  con la sua lingua assurta a idioma veicolare, può veicolare il suo istinto dominatore e salvifico. Ieri di popoli e oggi di individui che senza l’inglese e la finanza della City sarebbero poveri di comunicazione e di soldi. Lo spirito britannico o è conservatore o non è. E Sua Maestà, prestandosi a recitare al fianco di Craig nel filmato per le Olimpiadi di Londra,  suggella il legame fra mito e realtà.
Di Immanuel

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