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Redazione - 31/07/2013

Riprende il processo israelo-palestinese, la pace può attendere.

Di Immanuel

A Washington riprendono i colloqui di pace fra Israeliani e Palestinesi, auspice il Segretario di Stato USA che nomina Martin Indyk coordinatore del processo.

La notizia è di quelle che lasciano bene sperare, anche se la cautela è d’obbligo riguardo a tutte le vicende mediorientali. Dopo avere rispolverato la shuttle diplomacy cara al suo antico predecessore Henry Kissinger, John Kerry annuncia dalla regione che i colloqui di pace fra le parti riprenderanno a Washington. Convoca nella capitale i capi negoziatori, la israeliana Tzipi Livni ed il palestinese Saeb Erekat,  e nomina come coordinatore  americano l’anglo-australiano Martin Indyk. I colloqui dovrebbero durare nove mesi, ma nessuno osa dire se, in capo a questo periodo, vi sarà un piano di pace in buona e debita forma o se basterà l’effetto di annuncio. Noi ci incontriamo, discutiamo, ci scambiamo qualche segno distensivo, ma la pace è cosa troppo seria da concludere in così breve tempo. Un approccio metodologico prima che di merito.

L’annuncio della ripresa è accompagnato da altri e meno incoraggianti segnali. Il primo viene da Israele che decide l’ennesimo piano edilizio a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Israele inoltre s’impegna a rilasciare un certo numero di prigionieri palestinesi, alcuni dei quali “dimenticati” da anni nelle proprie carceri, ma a rate, a misura dell’avanzamento dei colloqui. I Palestinesi “puri e duri” denunciano lo sforzo del Presidente AP come accettazione delle pretese israeliane convogliate per l’occasione dal mediatore americano. Nessuno però indica credibilmente una via d’uscita diversa dai colloqui: basta radicalizzare il confronto al punto che qualcuno abbocca e compie gesti irrimediabili, tali da costringere i negoziatori a sospenderli.

Una coltre di déja vu si stende sulla ripresa. Già conosciuto è anche il mediatore in testa, quel Martin Indyk di cui prima si scriveva. Indyk, nato da famiglia ebrea britannica ed educato in Australia, fu ambasciatore in Israele per due volte e coordinatore del processo di pace durante l’Amministrazione Clinton. Un funzionario vicino al Partito Democratico parrebbe, e soprattutto un amico d’Israele per provenienza e esperienza. E d’altronde è prassi che gli Ambasciatori USA, per essere accettati in Israele, devono condividerne lo spirito profondo. “Egli sa quello che ha funzionato e sa quello che non ha funzionato” – è la sintesi della presentazione di Indyk da parte di Kerry. Indyk sa che essere amico d’Israele aiuta, sa anche che questo fa pendere la bilancia  a favore d’Israele e rende la mediazione americana meno  mediana, ma questo è il gioco, prendere o lasciare. Meglio prendere, s’è detta l’Autorità Palestinese, sempre sotto il tiro polemico di Hamas che, pur avendo perduto la sponda della Fratellanza Musulmana in Egitto, continua a governare Gaza malgrado gli annunci di pacificazione nazionale.

Racconta un emissario israeliano, con la lucidità che distingue quella diplomazia, che il momento è propizio per incontrarsi. Per raggiungere un accordo? Quello si vedrà, ciò che importa è che Israele disinneschi diplomaticamente il principale motivo di tensione e si concentri su altri rischi. L’instabilità siriana, dove la diplomazia russa sta vincendo la partita sulle goffe analisi di parte degli Occidentali. I sommovimenti in Egitto, dove l’esercito si trova davanti ad un dilemma impossibile: se rilascia Morsi, lo consegna alla gloria popolare; se lo tiene ristretto e, peggio, combatte frontalmente i suoi seguaci, apre il paese alla prospettiva della guerra civile. Ed infine l’Iran, C’è da fidarsi del nuovo corso di Rohani? Ed è davvero un nuovo corso o il pallino resta in mano alla Guida Suprema che col nuovo Presidente tenta un’operazione di maquillage?

Le sfide, tanto per abusare dell’espressione, sono numerose e serie ed ambedue le parti hanno interesse a giocare il gioco, almeno finché il mazziere americano continua a distribuire le carte. David Grossman (La repubblica del 31 luglio 2013) invita a credere nella speranza. Lo scetticismo – dice – è tipico della Destra, abbiamo il dovere di credere che se si negozia, si negozia in vista di uno scopo comune. Egli plaude alla decisione dell’Unione europea (14 luglio 2013) di sospendere i programmi europei che vadano a beneficio degli insediamenti israeliani, essendo questi illegali ai sensi del diritto internazionale. Ciò che importa, per Grossman, è il nuovo spirito di determinazione.

L’Amministrazione USA deve qualificare il secondo mandato del Presidente con il colpo che i Presidenti democratici tentano al secondo mandato.  Il colpo è l’annuncio della pace in Terra Santa: quello che merita il Nobel per la pace. Obama lo ricevette in anticipo, sarebbe ora di onorarlo.