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Redazione - 18/10/2013

Nuova vecchia crisi: gli Stati Uniti e il debt ceiling

Di Alessandro Caivano

E alla fine compromesso fu. Come da più parti si profetizzava, dopo giorni di intensa trattativa e acceso dibattito all’interno delle aule del Congresso, è prevalso il buon senso e la classe politica americana ha trovato un accordo per incrementare il tetto del debito pubblico per altri tre mesi e mezzo. È un copione non nuovo, già recitato in precedenza dall’opposizione al partito del presidente in un gioco delle parti che va avanti ormai da diverso tempo, dal lontano 1917, anno in cui venne introdotto il debt ceiling per finanziare più agevolmente lo sforzo bellico durante la prima guerra mondiale. Durante la stessa presidenza Obama, l’impasse istituzionale dovuta al mancato accordo bipartisan sulla copertura di parte dei programmi di spesa previsti per l’anno venturo era già emersa lo scorso anno e, ancora, nel 2011. Persino lo stesso Obama, nel 2006, aveva votato contro la decisione dell’allora amministrazione Bush di alzare il tetto del debito pubblico per finanziare gli impegni militari degli Stati Uniti oltreoceano.

Tuttavia, se è vero che le modalità del dibattito ed il gioco delle parti richiamano ad una non-novità nel panorama politico a stelle e strisce, è innegabile rilevare come, in questo caso, il prolungato stallo nelle trattative e l’ostinata opposizione di una frangia radicale del partito repubblicano – quel Tea Party corrente sempre più ingestibile all’interno del partito di Abraham Lincoln – abbiano contribuito ad incrementare la drammaticità della situazione. Soprattutto, i contrasti emersi in questa nuova crisi politica hanno messo nuovamente in luce aspre divisioni che minano l’immagine degli Stati Uniti a livello internazionale e pongono seri dubbi sulla capacità di Washington di essere quel punto di riferimento storico in un sistema di relazioni internazionali che ancora si fonda sui vincoli dell’interdipendenza.

Nonostante i tagli in settori chiave della spesa pubblica come sanità, welfare e difesa siano stati evitati, e, di pari passo, sia andata lentamente sfumando la tetra previsione di una nuova congiuntura recessiva, la recente crisi del debito ha messo in evidenza, ancora una volta, come la volontà di Obama di condurre una presidenza dai tratti bipartisan sia fallita su tutta la linea. Colpa di un’amministrazione che non è stata in grado di creare un terreno comune sul quale fondare scelte politiche condivise; ma, soprattutto, responsabilità di un partito repubblicano che, in preda ad una profonda crisi interna e privo di una leadership ben definita, si è arroccato dietro un ostruzionismo spesso fine a se stesso e incentrato, in maniera a tratti ossessiva, sulla perdurante condanna alla riforma sanitaria del 2010, senza dubbio il più importante atto legislativo di cinque anni di presidenza Obama.

Le incertezze della politica interna americana si ripercuotono poi, inesorabilmente, sul ruolo degli Stati Uniti al di fuori dei confini nazionali, nello scacchiere geopolitico internazionale. L’estenuante trattativa con i repubblicani per rialzare il tetto del debito pubblico ha costretto Obama a saltare diversi appuntamenti per i quali il presidente aveva assicurato la propria presenza. Di una certa rilevanza è stata l’assenza “forzata” ai meeting asiatici di Bali, in Indonesia, il 7 ottobre, e nel Brunei, appena tre giorni dopo. Nonostante infatti, i due appuntamenti – che si proponevano di discutere del Trans Pacific Partnership e di creare nuovo spazio per il confronto tra i Paesi ASEAN e gli altri attori regionali – si siano risolti con ben poche decisioni degne di rilievo, l’assenza del leader statunitense ha segnato un brusco colpo d’arresto nell’ormai nota volontà dell’amministrazione Obama di orientare il proprio pivot in Asia. Chi ne ha giovato è stata soprattutto la Cina, la quale ha colto l’occasione per ergersi al ruolo di primus inter pares, prendendosi anche il lusso – da molti visto come uno smacco – di chiedere rassicurazioni a distanza al governo americano in merito agli investimenti della Banca Popolare Cinese nei titoli di Stato statunitensi.

La situazione che si ripresenterà tra tre mesi, quando il momentaneo accordo tra democratici e repubblicani sul tetto del debito pubblico scadrà nuovamente, sarà un nuovo importante banco di prova per testare il comportamento di una classe politica che negli ultimi tempi ha ripetutamente mostrato scarso senso di responsabilità e limitata lungimiranza. Le modalità con cui verrà affrontata la questione avranno, ancora una volta, ripercussioni non solo a livello interno, ma anche sui mercati internazionali e, non meno importante, sulle scelte di politica estera dell’amministrazione Obama.