Nota Cosmopolita a margine del caso kazako

Il sistema con cui la nomenklatura politica nazionale ha irretito ed ingabbiato le dinamiche sociali e perfino la possibilità di individuare (sia pure per tappe) una possibilità di inserimento dinamico nelle attuali relazioni globalizzate (una “visione” dell’Italia) rievoca sinistramente quanto è avvenuto in Giappone dagli anni ’80 del secolo scorso fino a Fukushima: stagnazione prima, recessione poi ed infine svuotamento della società e – in parallelo – marginalizzazione complessiva nel contesto internazionale.

Nel piccolo/grande Paese del Sol Levante questa operazione di “militarizzazione” sociale era stata compiuta a partire da un persistente scheletro feudale che coesisteva con il primato economico/tecnologico: il risultato è stato la sclerosi interna e appunto l’irrilevanza internazionale. Da noi i processi – apparentemente opposti e continuamente in movimento – contenevano in sé lo stesso progetto di ingabbiamento e controllo sociale. I risultati – come stiamo vedendo – sono perfino più drammatici e, dietro l’angolo, non c’è soltanto un ulteriore e già in corso aggravamento della recessione, ma – tout court – l’eclissi internazionale dell’intero Paese.

Schematicamente le tappe sono state la progressiva criminalizzazione (ed autocriminalizzazione) delle effervescenze politiche e sociali degli anni 60 e 70 del secolo scorso, l’edificazione di un paio di miti “portanti”: la mitizzazione del settore privato e l’abbandono di quello pubblico alle peggiori pulsioni clientelari, l’invenzione del bipolarismo come antidoto alla “ricchezza” socio-politica del Paese (pericolosa per l’autoconservazione della nomenklatura) e come promessa di un potere automaticamente concesso dall’”alternanza” che il bipolarismo garantisce. Il requisito fondamentale per realizzare “chimicamente” siffatto congelamento della società italiana era ovviamente un certo tasso di crescita (vera o drogata dal debito). Tappe fondamentali erano poi la castrazione della dialettica sindacale (e/o la sua marginalizzazione, ovvero l’inclusione parziale di qualche dirigente nella nomenklatura politica e, dunque, la perdita di “senso” autonomo). Ed infine occorreva un sedativo/allucinogeno che escludesse dalle dinamiche sociali la necessità “storica” di far progredire un minimo di modernizzazione democratica di strutture ed istituzioni: questo prodotto è stato fornito a piene mani (fino alla attuale nausea) dal “Frankestein di Craxi” ovvero il discusso – e discutibile – “imprenditore” Berlusconi.

Così come in Giappone, il successo di queste classi dirigenti e dei loro apparati nell’opera di “pietrificazione” ha prodotto di fatto prima la “castrazione” politica e poi la cancellazione anche economica dell’“acquis” costruito a caro prezzo dai rispettivi popoli in almeno un trentennio all’indomani della II Guerra mondiale. E così entrambi i Paesi sono tornati alla casella di “partenza”. Nell’Italia di oggi impegnata in una serie di roboanti – quanto finte – guerre delle marionette con gli spadoni (l’“opera dei Pupi” siciliana) il panorama è come di consueto multicolore e rutilante ma del tutto vuoto di soluzioni. Esempio: la caduta verticale della partecipazione e di ogni fondamento anche logico della democrazia rappresentativa risiede nel lavoro ventennale di cesello ed espropriazione culminato con la legge elettorale del “porcellum” che svuota di senso il voto popolare (assimilato – ad essere ottimisti – all’ “auditel”). La via d’uscita sarebbe semplicissima e consisterebbe in due mosse: la distruzione del falso totem della “governabilità” (versione post-moderna dell’autocrazia) e l’adozione di qualunque legge elettorale che non sia non totalmente distorsiva come è il vigente “porcellum” che ha prodotto mostri come l’attuale Gabinetto Letta.

Sarebbe facile cominciare a raddrizzare la situazione (come lo è nell’economia la “reflazione” adottata in Giappone dal governo di destra di Abe) pertanto per non – ripetesi non – farlo si è ripristinato l’inverecondo esercizio “sinallagmatico” della legge elettorale “modulata” con le cd “riforme istituzionali”. Come nei “pupi” sempre uguali a sé stessi il fatto che lo spettacolo sia già stato presentato un quarto di secolo fa con quella “Bicamerale” del duetto Berlusconi D’Alema non esclude la ripetizione (“remake”), ma – anzi – assicura il successo ad attori e ad una “compagnia di giro” ormai decotti: In più ci sono almeno due “Guest Star” impegnate in “Cameos” di sicuro effetto: il giovanottello Sindaco di Firenze Renzi, vessillifero del “nuovo che avanza” e l’inane “Mangiafuoco” Grillo, portavoce dell’insofferenza “a 360 gradi”…

Ovvio che così non si vada da nessuna parte, e certamente non aiuteranno gli innumerevoli “Gremlins” scaturiti dalla marcescenza del Partito Democratico o di quelli auto-generati all’interno del “Popolo della Libertà” (libertà di Berlusconi…), peraltro tutti oscurati dalle maschere più consolidate (fissi il lettore chi è la “strega”, chi la “fattucchiera”, chi il “Mago Merlino” ecc. ecc.).

Ma, su questo scenario da incubo, di tanto in tanto si affacciano squarci di realtà che potrebbero dare il via al disvelamento così a lungo rinviato. Sarebbe uno “tsunami” ma – del resto – l’illusionismo ha i suoi limiti. Anche in politica. Non solo ma (come diceva il padre-padrone della Cina, Mao) la “rivoluzione non è un pranzo di gala”…

Un esempio minore ma illuminante si è avuto nelle ultime settimane con il “caso Kazako” in cui tutti i miti nazionali hanno simultaneamente collassato: diritti umani, il sinallagma verità/responsabilità, dignità immagine e ruolo internazionali, e chi più ne ha più ne metta.

Insomma un ennesimo “affaruccio” provinciale (cui prodest?) andato a male, assai a male, ma che – almeno – sembra aver fatto crollare la consolidata illusione delle classi dirigenti italiane che sono “affari nostri” e che: “tanto nessuno se ne accorge” o “ci vede”. Non è così e, se l’ottimo Maroni era riuscito ad edificare un muro d’acqua mortifero nel Mediterraneo, non è evidentemente più possibile isolare e sterilizzare il flusso di informazioni in cui anche l’asfittica Italietta (che da troppo tempo “se la canta e se la suona”) è immersa. Una breccia si è aperta e, perciò, come dice la “navigata” Ministro degli Esteri Bonino: “la vicenda non finisce qui”. A meno che qualcuno (chi?) non si assuma l’ingrato compito del bambino olandese della fiaba: ovvero bloccare il buco nella diga con il proprio dito… Il dito appunto e altro che il sempre più stucchevole ed insulso “metterci la faccia” dei farisei nazionali.