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10/06/2013
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“Né Dio né legge. La Cina e il caos armonioso” di Renata Pisu (Laterza, 2013)

La sinologia italiana, quella almeno che si è tradotta in testi e, in qualche misura, in “scuole”, è incarnata da tre donne, tre “signore”, anche se una di loro avrebbe sobbalzato di sdegno a sentirsi definire tale essendosi da lungo tempo identificata con la rivoluzione cinese, che – appunto – come disse Mao “non era un pranzo di gala”.   E, dunque, niente “signore” a tavola.

Questa era Edoarda Masi scomparsa da qualche anno ed esponente di spicco di quel primo gruppetto di giovanissimi studenti inviati come borsisti a Pechino già negli anni ’50, cioè ai primi vagiti della Repubblica popolare cinese (1 ottobre 1949): Edoarda impersonò più un amore (e come tale cieco ed incondizionato…) che una vera e propria conoscenza, almeno quella che un occidentale può avere della Cina di oggi, di ieri, di sempre.   Viceversa  la seconda – Enrica Collotti Pischel – arrivò alla sinologia dall’accademia, ovvero con la conoscenza che – per definizione – aspira all’oggettività e alla trasmissibilità: Enrica sapeva molto e lo trasmetteva generosamente e, di fatto, non si curava troppo di mancare perfino di quella sensibilità “tattile” che è costituita dalla padronanza della lingua (che, per la Cina, non è certo un dettaglio…); insegnando a Bologna e a Milano formò molti studiosi e, tra i primi, ruppe il ritardo ed il provincialismo italiano, dando una versione moderna della Cina dopo i casi unici dei Tucci e di molti gesuiti e missionari della prima metà del ‘900.

La terza “signora” è naturalmente Renata Pisu, compagna di Edoarda (e di Filippo Coccia, tra i fondatori di “Vento dell’Est” che praticò un maoismo intelligente nei fervidi anni ’60) nelle camerate dell’Università di Pechino nel decennio iniziale della Repubblica.    Renata non solo era la più giovane, ma era quella che c’entrava poco: nata in una famiglia di attori famosi, curiosa ma non intellettuale, pareva più alla ricerca di un’avventura che in preda ad una scelta di vita.   Animata da questo spirito, Pisu era quella che – considerando in fondo i Cinesi come degli “umani” come gli altri – li avrebbe capiti (né mitizzati, né disprezzati) più a fondo.

Divenuta giornalista internazionale nei decenni seguenti (anche qui dopo aver partecipato ai fermenti liberatorii degli anni ’60 in Italia e contribuendo a rompere i tabù di una stampa asfittica e bigotta scrivendo di società sui primi rotocalchi iconoclasti) ampliava ed affinava le proprie conoscenze di “Oriente” come inviata da Tokio.   Con gli anni la “misura” giornalistica non bastava ed iniziava una lunga serie di testi dedicati sia al Giappone che alla Cina: colmi di informazioni, di suggestioni, di una leggera umanità: a nostro avviso la chiave migliore per capire ed avvicinare.

E pazienza se – come nella vita reale – ciò che manca (fortunatamente) è la sistematicità. o   la pretesa della medesima.

L’attuale “Né Dio, né legge” – pensato originariamente come una rassegna critica del rapporto tra i Cinesi e la religione – costituisce in un certo senso il punto terminale di questa riflessione, mai pedante, mai assoluta, ma ricca ad ogni pagina di uno spunto, un’idea intelligente, una chiave per misurarsi positivamente con un soggetto di storia di cui la piccola ed ormai evanescente Europa (con tutti i suoi campanili ed i suoi municipi, con il suo Cesare ed il suo Dio) dovrà tenere più conto dell’ “amico americano”.  Almeno per capire dove va il mondo.

“Né Dio, né legge” va letto così come gli Stati Uniti di Roosevelt (e Truman) lessero “La spada ed il crisantemo” della geniale antropologa Ruth Benedict: lo lessero non tanto per vincere la guerra nel Pacifico, ma per non perderla.  Di questa conoscenza si ha bisogno per rapportarsi con il gigante dell’Asia e non degli “abatini” bocconiani e dei loro ragionieristici libretti di economia comparata….

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