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04/06/2013
Novecento-Arte

MOSTRA “NOVECENTO: ARTE E VITA TRA LE DUE GUERRE”

Musei San Domenico, Forlì. Fino al 16 giugno.

Quella che si chiude in meno di due settimane a Forlì nella funzionale sede del San Domenico non è certo la prima mostra sul “Novecento”, ovvero sul periodo tra le due Guerre e sull’insieme dei movimenti e delle ideologie – anzi dell’ideologia – che hanno informato il trentennio (vent’anni e rotti..) fascista in Italia, ma certamente è una delle più complete, strutturate e comprensive mai realizzate.

Combinazione di arte e di tecniche, di individui, di eroi veri ed immaginari, di transizione mancata e di “modernizzazione” riuscita, anche se in parte, “Novecento” vale più di molti volumi.  Revisionisti e no. Visti con gli occhi di oggi, oppure solidamente nostalgici.  Insomma una mega-mostra da vedere: per capire, ovvero per riassettare definitivamente le proprie – anche se meditate e non ideologiche – opinioni.

Balla, Sironi, l’immancabile De Chirico più un’infinità di altri e lavori di tutte le tecniche: con “perle” quali la testa di Mussolini fatta di dischi di bronzo sovrapposti e dozzine di statuarie da cimitero di Campo Verano, ma anche ceramiche ed oggetti d’uso ispirati all’ideologia dominante, ma anche qua e là eterodosse e spesso involontariamente critiche.

Miti della modernità ed illustrazioni dell’arretratezza (i contadini, la miseria e la fatica di campagna in attesa di un improbabile riscatto), i miti conservatori, riti sociali, la famiglia, la patria.  E poi le tecniche: l’architettura (con la città perfetta, ma anche il ritorno alla terra e l’epopea delle bonifiche e la “battaglia del grano”), la pubblicità (con l’immancabile e geniale Depero), la moda e l’abbigliamento, mobili suppellettili e decorazioni.     Peccato l’assenza della futurista e premonitrice “Littorina” la motrice ferroviaria elettrica che troneggiava in Piazza Duomo in una Mostra di alcuni decenni fa.   Che dimostrava che il Fascismo non era stato soltanto “scherzo” o violenza repressiva e patriottarda.

E così ecccoci di nuovo a fare conti che ritenevamo (giustamente) chiusi.  Ed è inevitabile domandarsi cosa uscirebbe fuori in una iniziativa analoga ma ritagliata sull’oggi.  Forse – ahimè – rinnovata e a-ideologica nostalgia: perché un fatto è certo, e cioè che anche ad un visitatore distratto, o culturalmente sprovveduto non sfuggirebbe la compattezza, l’autarchia, ma anche una latente ed onnipresente natura progettuale che pervadeva quella fase storica.  E che non pervade affatto il nostro “liquido” (altro che bronzeo) presente.

Vedere per credere.  Ma anche comparare il bel dipinto (del 1931)  di Balla dal titolo – nientemeno – “Celeste metallico Impero” dedicato a Balbo e agli altri transvolatori italiani con la fine del Balbo medesimo, abbattuto dalla nostra contraaerea nel cielo di Tripoli mentre rientrava in quella Libia di cui era Governatore.    Questo sì punto di contatto tra l’ieri e l’oggi.

Vedetela se potete.

 

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