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Redazione - 03/10/2012

Mediterraneo senza Europa, Europa senza Mediterraneo

Europa e Mediterraneo. Un destino comune ci assimila. La forza degli eventi ci separa. Barbara Spinelli lamenta il Mediterraneo senza Europa. Noi lamentiamo l’Europa senza il Mediterraneo. La disaffezione nei confronti dell’Europa, questo mito fondante della cultura politica del continente nel secondo dopoguerra, si alimenta non solo per la “malapolitica” di casa nostra ma anche per la “malapolitica” di Bruxelles.

L’asse della politica europea si sposta a favore di soggetti che il processo d’integrazione pretendeva di mettere sullo sfondo. La causa non sta nel Trattato di Lisbona, per quanto sia entrato in vigore già vecchio, ma nel ritorno degli stati – nazione e nel trionfo della tecnocrazia a scapito dei poteri sopranazionale e democratico. Non è la Commissione, e meno che mai il Parlamento europeo, a dare le linee guida della politica economica europea, è l’asse franco-tedesco, almeno finché non cede al predominio della Germania ed all’imperscrutabile potere della Banca Centrale Europea.

A chi rispondono la Cancelliera tedesca ed il Presidente della BCE? L’una si confronta con l’altro e questi interagisce con quella. Si guardano, si parlano, giocano di sponda. A volte polemizzano e a volte si trovano d’accordo. A volte la Cancelliera gioca la carta del rigore che il Presidente mitiga con accenni al sociale, altre volte il Banchiere analizza gli eventi da entomologo e la Cancelliera rammenta che il potere risiede nel popolo sovrano. E pensa non all’elettorato europeo che, se gli va bene, sarà chiamato a rieleggere il Parlamento europeo nel 2014, ma all’elettorato domestico che manifesta pulsioni appunto domestiche e poco europee. E così la Cancelliera si situa più avanti dei suoi elettori e noi greci e italiani e spagnoli dobbiamo essere grati di questo atteggiamento, che ci risparmia il supremo sacrificio di vedere l’Euro scomparire o dividersi in due, quello per l’area nord (e virtuosa) e quello per l’area sud (e si sottintende viziosa).

L’ indebolirsi della democrazia europea fiacca il principio della solidarietà comunitaria. Di fatto quando non di diritto, le istituzioni sovranazionali, che erano poste a presidio della imparzialità di Bruxelles, perdono peso  rispetto alle sovranità statali. Svanisce quel mix di sogno e di funzionalismo che ha retto l’Unione. La crisi travolge i bilanci pubblici, mette a nudo le antiche magagne finanziarie, scompagina il gioco fra i poteri europei.

Si dirà: José Barroso non vale Jacques Delors. Eppure tutt’e due hanno beneficiato del secondo mandato alla testa della Commissione. Neppure Angela  Merkel vale Helmut Kohl né Nicolas Sarkozy, finché c’è stato, vale François Mitterrand. Ma la questione è al solito più articolata di quanto dicano le differenze mondo non più come sommatoria delle singole volontà nazionali ma come volontà comune. La sua azione esterna, cui il Trattato dedica un importante capitolo, è la chiave per affermarsi sulla scena internazionale come attore di pace, sicurezza, cooperazione. I valori interni sono gli stessi che essa propugna all’esterno: perché l’Unione aspira a diventare un global player al pari dei soliti Grandi. E allora: Catherine Ashton vale Xavier Solana?

Perché la politica estera europea stenta a decollare, anzi si blocca prima ancora di scaldare i motori? Perché la cacciata di Gheddafi è avviata dall’azione anglo- francese e l’Unione arriva solo a conti regolati, tanto per “metterci una pezza” di politicamente corretto? Perché ancora oggi due stati membri europei agiscono da “cavalieri soli” in seno all’ONU limitandosi a consultare, quando si degnano di consultarli, gli altri partner? Perché la primavera araba prima ci coglie di sorpresa e poi ci vede tentare un aggiustamento delle politiche tradizionali, senza uno scatto e una capacità di previsione e un potere d’intervento? Ed ora che la primavera si tinge
del grigio dei nuovi massimalismi dove ci collochiamo? Cogli islamisti moderati, coi liberali, con la piazza che si dichiara defraudata della rivoluzione?

A molte domande occorrono molte risposte. Ma la domanda di fondo è alla fine una sola: perché l’Europa, malgrado la nuova strumentazione “esterna”, è così poco efficace sul piano esterno? La risposta è che restiamo prigionieri delle logiche nazionali di potenze in declino che non ritengono di esserlo, restiamo subordinati alle pressioni esterne che aspettiamo passivi anziché prevederle e semmai contenerle.
Persino la crisi l’abbiamo importata e addirittura amplificata.

Juergen Habermas denuncia “un sentimento di uscita dalla storia” che deprime le ambizioni europee, che invece dovrebbero trovare nuovo alimento nell’affermazione dei valori universalistici. Il cosmopolitismo kantiano appartiene alle ragioni d’Europa. Una volta usciti dalla storia è arduo rientrarci: nelle relazioni internazionali non esistono i vuoti. Gli spazi lasciati liberi sono occupati da altre potenze e non è detto che tutte siano animate dai nostri stessi sentimenti universalistici. Lasciare il Mediterraneo alla sua sorte non implica che il Mediterraneo trovi da sé la soluzione dei suoi problemi. Altri potrebbero intervenire e cercare equilibri ancora meno favorevoli all’Europa.

La politica estera europea è necessaria specie in momenti di crisi. Il ripiegarsi sulla crisi porta ad ammainare la bandiera su tutti i fronti. Il Mediterraneo è il topos delle nostre ambizioni. O l’Europa trova nel Mediterraneo lo scatto per la ripresa o imbocca la via di fuga.

 

di Immanuel