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16/11/2012
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Medio Oriente: dalla frammentazione al confronto militare.

Middle East. From fragmentation to military conforontation.

Qualche settimana fa “Cosmopolitaly.net” sottolineava che l’incertezza globale non si limitava alla sfera economica e finanziaria ma stava sviluppandosi in una frammentazione globale e nel rischio di più confronti militari, soprattutto nel vicino oriente.

Di fatto, mentre la situazione in Siria rimane irrisolta in una lunga e piuttosto passiva attesa di una transizione pacifica (senza Bashar Assad…) e oscilla tra guerra civile e uno sporadico allargamento internazionale (esempio con la Turchia), ebbene mentre tutto ciò accade Israele è entrata ancora una volta in una logica puramente militare. L’uccisione di un leader militare di Hamas e la preparazione di un attacco terrestre sulla striscia di Gaza ha aumentato il livello di tensione non solamente con le fazioni estreme Palestinesi, ma con la gran parte del mondo Arabo. L’Egitto si è visto costretto a entrare nella partita e l’immediata visita a Gaza del Presidente uscito da elezioni Mohamed Morsi è la prima prova che l’incendio potrebbe facilmente estendersi (senza menzionare la questione iraniana).

L’Egitto ha già richiamato il suo ambasciatore in Israele. La missione – prevista per la prossima settimana – del Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon,  difficilmente produrrà qualunque risultato di pacificazione. Di conseguenza dobbiamo affidarci solamente al “buon senso” del Primo Ministro Israeliano, anche se ciò che vediamo è solo la fine della tregua collegata alla campagna elettorale per le presidenziali degli Stati Uniti.

Ancora una volta senza un nuovo sforzo multilaterale (e un serio ripensamento da parte degli attori in campo) non possiamo aspettarci nessuna risoluzione pacifica o almeno una “de-escalation”.  Quindi la speranza rimasta  giace solo in un rapido stop dell’ultim’ora sull’orlo del disastro (“le porte dell’inferno” come le definisce Hamas). Di sicuro il Primo Ministro Israeliano ha già adottato un atteggiamento bellicoso. E i civili (soprattutto palestinesi) stanno pagando il prezzo di queste posizioni estremiste.

Infine, due parole sulla posizione politica italiana che, decisamente pro-Israele, nell’abbandono definitivo del più neutrale atteggiamento storicamente mantenuto,  quando l’Italia era assai consapevole delle sue connessioni con il mondo Arabo, incluse le minoranze Islamiche nel paese, e le sue responsabilità geopolitiche nel mediterraneo.

Tutto ciò è finito,  non c’è da sorprendersi che l’ex Ambasciatore italiano in Israele sia stato nominato Ministro degli Esteri nel cosiddetto “gabinetto tecnico” di Mario Monti e che gli incarichi politici nel Ministero degli Esteri siano stati dati a diplomatici che hanno servito nel passato a Tel Aviv.

Di più, l’enfasi sulle questioni economiche ha oscurato la gran parte della politica estera italiana (già tradizionalmente molto debole). L’uscita da questa eclissi può venire solo dallo scoppio di una guerra vicino a noi. Certamente non da un dibattito politico….

 

Just a few weeks ago “Cosmopolitaly.net” was stressing that global uncertainty is not limited to the economic and financial sphere but it is developing into global fragmentation and the risk of multiple military confontations, particularly in the Middle East.

While the situation in Syria remains unresolved and there seems to be a long , passive waiting for a pacific transition (without Bashar Assad) to occur, and it is moving between civil war and a sporatic spread internationally (eg with Turkey), Israel has entered once again into a purely military logic. The killing of an Hamas leader and the preparation of a land attack on Gaza has raised the level of tension not only with the Palestinian hard factions but with most of the Arab world. Egypt is forced to enter the game and the precipitous visit to Gaza by the Egyptian President Muhamad Morsi is a first

proof that the fire could easily spread (not to mention the Iran question).

Already Egypt has recalled its ambassador to Israel. The mission – expected next week – of the Secretary-General of UN Ban Ki Moon is frankly unlikely to produce any peaceful result. In consequence we must rely only on the “wisdom” of the Israeli Prime Minister, but what we see is only the end of the truce linked to the US presidential campaign.

Once again without a new multilateral effort (and a serious re-think by players on the field) we cannot expect any peaceful way out or at least a de-escalation. So the remaining hope lies only in a sudden halt on the brink of the disaster (the “doors of Hell” according to the Hamas way of speaking). Certainly the Israeli Prime Minister has already adopted a pugnacious attitude. And civilians (mostly Palestinians) are duly paying the bill of these extremistic attitudes.

Lastly, two words on the Italian political stance that is markedly pro-Israel, definitively abandoning the historical more neutral attitude of the past when Italy was very conscious of her links with the Arab world, including the Islamic minority in the country and its geopolitical responsabilities in the Medierranean.

This is over and it’s no surprise that an Italian former ambassador to Israel was appointed as Foreign Minister in the so-called “technical” Monti cabinet and all the political positions in the Ministry of Foreign Affairs have been given to diplomats previously serving in Tel Aviv.

Moreover the emphasis on economic affairs has obscured most of Italian foreign policy (already traditionally very weak). The way out of this eclipse may come only from the conflagration of a war close to us. Certainly not from political debate.

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