Lo stato tra crisi e liberismo: la formula magica asiatica ai tempi dell’economia

Dopo il crollo del muro di Berlino e il ritorno della Cina nel sistema mondo capitalistico, il modello del libero mercato ha visto impennare le sue quotazioni come vettore di progresso nonché come strumento efficace per diminuire la povertà.

Questa euforia, durata relativamente poco, si è spenta rapidamente con il susseguirsi di crisi finanziarie che hanno scandito il ritmo dell’economia globale dagli anni ’70 fino all’ultima, nel 2008, che ha seriamente compromesso le basi economiche e politiche di un sistema colmo di contraddizioni. Disoccupazione, stagnazione, debiti, tensioni sociali hanno evidenziato i limiti del modello del libero mercato universalmente apprezzato, soprattutto a partire dagli anni ‘80.

La grande illusione del Tricle down – inteso come strumento per generare e distribuire ricchezza, diffuso e imposto come verità oggettiva – si è distinta quasi esclusivamente per un aumento delle disuguaglianze, alzando un muro sempre più invalicabile tra l’1% e il restante 99% della popolazione mondiale, categorie sociali sempre più lontane in termini di ricchezza, qualità della vita, accesso ai servizi.

Secondo i dati pubblicati recentemente dall’OCSE, la quota di profitto destinata ai lavoratori, in una prospettiva globale, sta calando progressivamente dal 1980. Se negli anni ‘90 la forza lavoro ha ricevuto il 66% dei guadagni, negli anni 2000 la quota si è abbassata già al 62%.

I profitti, differentemente da quanto avveniva negli anni del boom economico, non producono più aumenti salariali e questo fatto ha colpito in modo simile e generalizzato la forza lavoro cinese, americana e europea.

Di fatto la maggiore integrazione della Cina nell’economia mondo capitalista, in termini di produzione manifatturiera, si è tradotta soprattutto in un aumento esponenziale della riserva di manodopera sfruttabile a basso costo.

Un più alto tasso di disoccupazione rispetto all’era di Mao, risultato della maggiore competizione tra pubblico e privato, ha diffuso episodi di sfruttamento specialmente di manodopera migrante. Come se non bastasse, la produzione di manufatti a basso costo e dei molti prodotti destinati all’esportazione ha dato vita ad uno scambio molto spesso svantaggioso per i lavoratori cinesi che vedono trasferire la maggior parte dei profitti ricavati dalla produzione di determinati beni verso i paesi del capitalismo avanzato.

In particolare l’affermarsi delle Zone Economiche Speciali, che si strutturano intorno alle esportazioni, ha generato uno sviluppo sbilanciato che ha avuto come risultato una rapida crescita economica sul versante orientale lasciando però indietro l’entroterra cinese. Questo sviluppo a due velocità ha aggravato in certi contesti il divario tra le zone rurali povere e le città più ricche e tra regioni costiere e regioni interne per cui oggi la Cina si contraddistingue per essere uno dei paesi in cui il divario tra zone rurali e urbane è tra i più alti al mondo.

Questo processo di progressiva disparità è stato inoltre favorito dallo smantellamento di gran parte dello Stato sociale così come si presentava durante l’era maoista. Milioni di cinesi si sono ritrovati privi o inadeguatamente coperti, dai servizi sanitari, previdenziali ed educativi.

Tutti questi elementi rappresentano, a seconda delle diverse interpretazioni, le contraddizioni o le esternalità negative dello sviluppo capitalistico e della modernizzazione, ma sicuramente hanno creato, soprattutto in tempi recenti, non poche preoccupazioni ai governi asiatici e in particolare a quello cinese dal momento che alimentano continuamente il conflitto sociale.

Come scrive Michael Schuman sulle colonne del Times “nella maggior parte dei casi la soluzione scelta per rimediare al capitalismo è stata introdurre ancora più capitalismo”.

In Europa la direzione sembra essere sempre quella dell’austerity, dello smantellamento dello Stato sociale e della deregolamentazione dei mercati ma, in Asia, la questione appare più complessa e sembrano delinearsi prospettive e approcci diversi.

Infatti, specialmente in Asia, troviamo realtà sociali che combinano proprie peculiarità nazionali e culturali con elementi di liberismo e dove lo Stato mantiene un forte ruolo di guida, sia in campo economico, che sociale.

In contrasto con i precetti della dottrina neoliberista, negli ultimi anni molti Stati Asiatici, e non solo, si sono fatti interprete dello sviluppo nazionale attraverso un processo di mediazione ed elaborazione dei vincoli esterni ed interni.

Nel caso particolare delle “Tigri asiatiche” prima e della Cina poi, una particolare capacità delle istituzioni di questi paesi nel capire e nell’adattarsi all’evolversi dei processi produttivi e al fenomeno della globalizzazione si è tradotta, in alcuni casi, in una efficace resistenza alle pressioni poste dal sistema economico internazionale.

Questa strategia di ‘resistenza selettiva’ ad alcuni aspetti del processo di globalizzazione sembra avere avuto successo negli ultimi anni in paesi come la Cina, la Corea del Sud, la Malesia e l’India ma anche in Polonia, Ungheria e Brasile.

La tesi della sociologa Aiwha Ong, che vede il neoliberalismo come una “logica di ottimizzazione” capace di sposarsi in diversi ambiti e ambienti politici, intrecciandosi con logiche di governo e di crescita diverse, avvalora questa interpretazione.

Attenzione selettiva che ha portato alla creazione di entità e spazi che differiscono dalla struttura politica economica e sociale dei paesi dove il neoliberismo è nato (Stati Uniti e Gran Bretagna) con l’obiettivo di rispondere alla sfide e ai rischi globali.

Proprio la capacità dello Stato nell’esercitare un attento controllo (soprattutto sul capitale straniero e sulla finanza) e nel ‘negoziare’ l’interazione con il sistema mondo capitalista sembrano infatti essere alcuni dei fattori determinanti dello sviluppo realizzato da paesi come la Cina.

A riprova di questa interpretazione è utile osservare come il governo cinese ha marcato ulteriormente la propria autonomia dimostrando di essere consapevole della necessità di attivare, all’interno dei propri confini nazionali, uno sviluppo più omogeneo e integrato.

Il cambio di leadership avvenuta nei primi mesi del 2013 ha portato Xi Jinping alla Presidenza della Repubblica Popolare che da subito ha caratterizzato la propria leadership e il nuovo corso della Cina attraverso lo slogan “il sogno cinese”.

Il nuovo presidente dovrà affrontare molte più sfide del suo predecessore: assicurarsi che il Partito Comunista rimanga saldamente al comando del paese, mantenere una crescita alta in modo da tenere la popolazione sotto controllo e infine gestire e risolvere i problemi che questo tipo di crescita implica in termini di disuguaglianze, differenze tra zone urbane e rurali, e inquinamento. Un nuovo “sogno cinese” che risponda alle aspettative di prosperità della popolazione e incontri le esigenze di uno sviluppo più sostenibile non è impossibile. Le riforme proposte al Terzo Plenum del Partito Comunista Cinese, con scadenza nel 2020, sembrano una risposta a questo tipo di  esigenze e una garanzia di equilibrio e stabilità.

L’impegno preso dalla dirigenza cinese sembra confermare una maggiore attenzione al miglioramento delle condizione di vita e del benessere della popolazione cinese e confermare un impegno a rispondere ad alcune necessità della popolazione e non esclusivamente  alle esigenze del libero mercato.

Si infatti conferma un maggior impegno dello Stato nel promuovere uno sviluppo regionale più omogeneo e un maggiore sforzo nel combattere il sottosviluppo e povertà di vaste aree agricole aumentando anche l’accesso al credito dei contadini.

Un altro aspetto importante di questo programma economico è il fatto che non viene proposto non si propone lo smantellamento delle imprese statali ma invece è previsto un impegno a renderle maggiormente efficienti e competitive. Le quote di investimenti che queste aziende devono reinvestire sul territorio aumentano attraverso progetti che incidono sul miglioramento delle condizioni di vita di lavoratori e popolazione.

La protezione ambientale viene ancora una volta riconosciuta come un obiettivo prioritario dal governo cinese ribadendo la necessità di una inversione di marcia rispetto ad una crescita basata esclusivamente sulla crescita del PIL, i cui limiti sono sempre più evidenti non solo per le popolazioni ma anche per l’establishment cinese.

Le peculiarità dei percorsi di modernizzazione sperimentati nel Sud del mondo paiono prefigurare alternative possibili ed efficaci, in termini di sviluppo, ribaltando quei rapporti di forza favorevoli all’Occidente che almeno da metà Ottocento hanno caratterizzato il sistema mondo.

Di Giovanni Rastrelli