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20/11/2012
obama

Le Porte dell’Inferno e il Presidente “Pacifico”

The Gates of Hell and the “Pacific” President

Al settimo giorno del conflitto su Gaza (e del bombardamento palestinese che rimane casuale e quasi reso nullo dallo scudo antimissile israeliano) le “Porte dell’Inferno” sono ancora chiuse ma la tregua non è ancora in vista. Probabilmente questo atteggiamento di “Wait and See” si arresterà quando il Primo Ministro Israeliano Benjamin Netanyahu cambierà da “muscolare” a “saggio” dopo aver incassato un consenso dell’84% in vista delle elezioni previste per il prossimo gennaio.

In questo penoso ( vittime civili e bambini) processo si possono individuare almeno altri tre attori: il Presidente egiziano Muhammad Morsi che è stato molto netto nel descrivere i rischi militari e politici per Israele nel caso di un’invasione terrestre della striscia di Gaza. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon nel ruolo del notaio (il solo che puo interpretare dato anche il suo carattere…) ed infine il fresco vincitore il Presidente Obama. Questi si è mosso con leggerezza ed ha espresso una chiara solidarietà ma è del tutto evidente per il governo di Israele che sarà lui il punto di riferimento per altri quattro anni. Con Mitt Romney presidente la musica da suonare sarebbe stata completamente differente…

Mentre ha utilizzato il meglio del “Soft Power” statunitense (l’uccisione di una guardia all’Ambasciata Americana a Tel Aviv rimane per il momento un Puzzle), Obama era quietamente impegnato in un  tour asiatico ( Thailandia, Birmania-Myanmar, Cambogia): una specie di primo passo nel colloquio a distanza con una “nuova” dirigenza Cinese dopo la chiusura del 18esimo Congresso del Partito. Evidentemente le elezioni negli Stati Uniti e il Congresso del Partito in Cina hanno sollevato la questione di base delle rispettive traiettorie per i prossimi quattro anni e il loro impatto sulle relazioni bilaterali.

Il viaggio del Presidente Obama ha confermato che gli Stati Uniti sono e rimangono impegnati nell’Asia Orientale e nel Pacifico, ma mentre la Cina si muove stranamente secondo le linee classiche del confronto territoriale con il Giappone, con gli altri vicini sulla questione delle isole Spratley (il caso di Formosa è attualmente tranquillo…) , l’amministrazione statunitense sembra pronta a rilanciare l’Età del Pacifico così enfatizzata negli anni ‘80 del secolo scorso (prima della crisi economica asiatica…)

Perciò la missione asiatica è stata solo un promemoria ma anche un esercizio ben costruito di “Soft Power”: in Birmania ha raccolto il frutto della lotta democratica della Lady e ha giocato la carta della democrazia, che è attualmente assai alla moda nel contesto ASEAN. La Thailandia (un alleato tradizionale) è stata rassicurata, e in Cambogia Obama ha ribadito il minimo accettabile in materia di diritti umani e di transizione democratica.

Una piattaforma di consenso che ha mostrato il coinvolgimento e la fiducia degli Stati Uniti verso l’insieme dell’Asia Orientale, proprio nel momento in cui la Cina deve fronteggiare enormi problemi di transizione. Per non citarne che uno, la gestione della massiccia urbanizzazione: oltre 380.000.000 di persone aggiuntive nelle città a trent’anni dall’apertura del paese.

Infine il “cosmopolita” e “asiatico” Obama è di ritorno: due anni dopo le memorie d’infanzia a Jakarta, adesso a Yangoon il souvenir del nonno kenyota che vi lavorò come cuoco nel massiccio flusso di persone all’interno dell’impero britannico…ed anche questo background personale è un esercizio di “Soft Power”.

On day seven of the conflict in Gaza (and of the Palestinian bombing that remains random and is almost nullified by the Israeli antimissile shield) the “Gates of Hell” are still closed but the cease fire is not yet in sight. Most likely this “wait and see” attitude will end when Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu shifts posture from “muscular” to “wise” after cashing in on an 84% consensus in view of the elections scheduled for next january.

In this painful (to mostly civilian victims and kids) process there are at least three other players: the Egyptian President Muhamad Morsi who was quite clear in describing the military and political risks for Israel in the case of a land invasion of the Gaza strip, the Secretary-General of the UN Ban Ki Moon in the role of the notary (the only one that he can play, also according to his temperament) and lastly the recent winner of the US elections President Obama. He played in an understated manner though with a clear solidarity, and it is quite clear for the Israeli Government that he will be a reference point for four more years. With Mitt Romney President the music would have been completely different…

While using the best of US “Soft Power” (the killing of a guard in the US Embassy in Tel Aviv remains at the moment a puzzle), Obama was quietly engaged in an Asian tour (Thailand, Miyammar-Burma, Cambodia): a sort of a first step in a future talk with the “new” Chinese leadership after the closure of the 18 Party Congress. Obviously the US elections and the China Party Congress have raised the basic question of their respective course for the next four years and future bilateral relations. President Obama’s trip emphasized that the US is and remains engaged in East Asia and the Pacific, but while China is oddly moving along classical lines of territorial confrontation with Japan, with regard to the dispute with other neighbours over the Spratley Islands (the Taiwan case is quiet now), the US administration seems ready to revive the Age of the Pacific so celebrated in the 80s of the last century (before the Asian economic crisis).

Therefore the Asian mission was just a reminder, but it was also a well designed exercise in “Soft Power”: in Burma Obama reaped the fruit of the democratic struggle of the Lady and played the card of democracy that is now very trendy in the ASEAN context, Thailand (a traditional ally) was reassured, and in Cambodia he reiterated the bottom line of human rights and once again of the democratic path.

A platform of consensus has been layed down that has shown the involvment and the confidence of the US towards the whole of East Asia exactly in the very moment when China has to face enormous internal transitional problems. To mention one: the handling of the massive urbanization (380 million more people in the 30 years since the “opening up” of the Country).

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