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Redazione - 25/11/2013

L’accordo di Ginevra e la guerra nucleare in dissolvenza.

Di Immanuel

Dopo l’intesa di Ginevra sulle armi chimiche siriane, sempre a Ginevra, città cara ai Russi che amano viverci ed evidentemente negoziare, si conclude l’intesa sul nucleare iraniano. La notizia è tale da riempire le prime pagine ma non da smuovere le pigre acque del dibattito italiano, preso nella tenaglia della decadenza di Berlusconi e del congresso PD con vittoria annunciata. Ma questa è un’altra storia, verrebbe da commentare, se non vi fosse una precisa connessione – un nesso eziologico, per dirla coi giuristi – fra la distrazione di oggi e la distrazione  degli anni passati.

Quando si formò il gruppo dei negoziatori con l’Iran, l’Italia era in pista per farne parte. Il Governo Berlusconi, uno dei tanti degli ultimi anni, su saggio consiglio  della nostra diplomazia, ritenne che sarebbe stata una perdita di tempo per noi, meglio tenersi fuori. Decisione lungimirante e allegramente ignara del fatto che l’Italia è forte partner commerciale dell’Iran. L’episodio, ricordato  da Rocco Cangelosi (L’Unità del 25 novembre), dovrebbe fare riflettere quanti oggi si accingono a prendere il potere sull’avvedutezza di certa nostra diplomazia che fa il pari con quella di certa nostra politica.

E dunque, a Ginevra, il Gruppo E 3 + 3 secondo la definizione internazionale, e cioè Cina, Francia, Germania, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, conclude un’intesa con l’Iran su cui è bene, filologicamente, rifarsi al comunicato congiunto dell’Alto Rappresentante UE e del Ministro degli Esteri d’Iran. Dichiarano Ashton e Zarif: dopo intensi negoziati, “abbiamo raggiunto un accordo su un piano congiunto di azione che prevede un approccio verso una soluzione comprensiva di lungo termine”. La soluzione comprensiva prevede un primo passaggio (first step) con “iniziali e reciproche misure da prendere da ambedue le parti per una durata di sei mesi”. Le parti inoltre condividono “un forte impegno” a negoziare una soluzione finale e comprensiva. L’adozione del piano d’azione è dovuta “al senso di reciproco rispetto” ed all’aspettativa che l’intesa recherà beneficio a tutti. L’applicazione del primo passaggio avverrà subito ed “in stretto coordinamento con l’AIEA”. Il comunicato conclude che l’accordo “è un significativo passo verso lo sviluppo delle relazioni in un modo più costruttivo”.

Il linguaggio del comunicato è volutamente astruso per non dire reticente su aspetti significativi. Il cuore del messaggio è comunque chiaro e va cercato piuttosto nel metodo che nel merito. Il riferimento al “reciproco rispetto” è la chiave. Le parti, per dirla in altri termini, non si guardano più in cagnesco come accade dall’assalto iraniano all’Ambasciata americana a Teheran, ma cercano un linguaggio se non comune quanto meno conciliante.  Le questioni, pur decisive, del grado di arricchimento dell’uranio e del numero e dislocazioni delle centrali passano in secondo piano, o meglio sono rinviate alla fase dell’applicazione, rispetto a questa petizione di principio. La via diplomatica al confronto fra Iran e Stati Uniti, e per traslato fra Iran e Occidente, è possibile.

Qualcuno vede nell’intesa l’onda lunga del discorso di Obama al Cairo all’esordio del suo primo mandato. Altri vedono nell’intesa l’onda corta dell’intesa sulle armi chimiche siriane e dunque la vittoria della tenacia russa. Altri infine, con la consueta franchezza, ci vedono un cedimento dell’Occidente rispetto alla minaccia ora potenziale ed un giorno attuale che viene dal regime teocratico e dittatoriale di Teheran. Errore storico è la definizione più benevola che rimbalza dal governo d’Israele. Prepararsi al conflitto è l’appello che alcuni intellettuali americani lanciano a contrastare la generale euforia. Sharanski evoca il precedente di Gorbacev per escludere che Rouhani sia il Gorbacev di Teheran: Rouhani è piuttosto il beniamino dei conservatori che, grazie all’intesa, potranno liberarsi delle sanzioni e rafforzare il potere interno a scapito, alla fine, dello stesso Presidente riformatore.

Per questi commentatori, all’orizzonte si profila un’alleanza fra musulmani sunniti e Israele, con l’incognita però del difficile rapporto fra Egitto e Turchia. Un’alleanza giocata in chiave anti sciita e, in filigrana, contraria alla politica occidentale dell’appeasement.  La prova di forza non è esclusa, è solo rinviata.