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07/11/2012
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La vittoria di Obama

Tra due frasi è racchiuso il senso e forse il futuro della non facile vittoria di Barack Obama per altri quattro anni come Presidente degli Stati Uniti: “il meglio deve venire” e “un cane basta”.

La prima conferma quanto più volte si è affermato per giustificare – a prescindere dalle riserve espresse sul suo primo mandato  – la crucialità della sua vittoria per non introdurre nello scenario globale ulteriori elementi di incertezza e, viceversa, tornare a quegli elementi di speranza e di aspettativa che avevano caratterizzato il successo del 2008.  Elementi che – superato il “focus” domestico, nazionale americano – non potranno non riverberarsi in campo inernazionale permettendo ad un Presidente ormai più che legittimato di esprimere le evidenti caratteristiche “cosmopolitiche”, non “provinciali”, che racchiude in sé.

La seconda definisce i limiti di ragionevolezza che incombono sugli Stati Uniti, non meno che sull’insieme dei Paesi di più antico sviluppo (Italia inclusa),  in particolare perché trasformino la riduzione del deficit di bilancio (per gli Stati Uniti 600 miliardi di dollari) in un esercizio di riallocazione delle risorse e di attenzione a tutte le variabili e  soprattutto muovendo per una società meno squilibrata.    Dunque, più occupazione, meno spesa, mantenimento del welfare esistente, riduzione degli squilibri all’interno di un Paese più solidale e più unito.

Ecco perché le figlie del Presidente dovranno “accontentarsi” di un cane, quello ricevuto per la vittoria di quattro anni fa.   Non sappiamo quanto di questo verrà realizzato, sappiamo però che questo è un discorso condivisibile da tutti o meglio non rifiutabile da nessuno.      E – sia detto per inciso – non è proprio questo il discorso che viene attualmente fatto in Italia, che pure ne avrebbe più bisogno degli Stati Uniti.

La “lezione” americana non si ferma qui (così come non va sottovalutata la lezione francese della scorsa estate con il “grazioso” e civile passaggio di consegne da Sarkozy ad Hollande le mille miglia lontano dai ringhi e dagli ammiccamenti in corso in un’Italia confusa e frustrata e perennemente alla ricerca di “uomini della Provvidenza”),  ma si estende alla difesa dei valori democratici  e della solidarietà.    Retorica a parte, “captatio benevolentiae” a parte, nel discorso di accettazione di Barack Obama vengono ribaditi – uno per uno – valori e principi che in larga parte del mondo non sono stati ancora raggiunti e per cui si lotta versando sangue o che vengono in altri Paesi – come da noi – tranquillamente messi in soffitta.    E meglio altro non dire.

I risultati provvisori, oltre a consacrare la vittoria democratica di misura nelle presidenziali (con gli incerti risultati della Florida che arriveranno una volta ultimato lo spoglio dei voti per corrispondenza), mantengono la ripartizione nel legislativo con il Senato che rimane democratico e la Camera dei Rappresentanti a maggioranza repubblicana.

Ultima nota – anche comparativa con il caso italiano a sei mesi dalle nostre elezioni – è la constatazione da parte di tutti gli osservatori  di come la campagna ed il voto siano stati concentrati, praticamente assorbiti, dagli “Issues”,dai contenuti.  Anche qui le mille miglia lontano dalla “fuffa” personalistica italiana.

 

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