La politica italiana tra ‘illusionisti’ e ‘ortopedici’

In queste settimane successive alla sentenza della Cassazione che ha condannato Berlusconi in via definitiva, come era da aspettarsi i media sono stati invasi da un rinnovato dibattito sul berlusconismo: meriti, critiche, cause etc. All’interno di questo dibattito una posizione ha suscitato un notevole consenso ed è stata quella, ripetuta in varie forme, per cui il successo politico di Berlusconi si dovrebbe principalmente attribuire al suo modo intelligente ed efficace di non demonizzare gli storici vizi degli italiani, di guardarli piuttosto con sorridente tolleranza ed addirittura di assecondarli e questo sia nel modo di gestire la leadership, che nel contenuto della sua politica. Qualcuno ha anche messo in evidenza come questo atteggiamento marcasse una differenza significativa col modo con cui la politica in Italia si è rivolta tradizionalmente alle masse ed in particolare con la funzione ‘ortopedica’ (quindi con un ruolo di energico raddrizzamento e ricomposizione) implicitamente, ma anche esplicitamente attribuita alla politica dai partiti di sinistra. Da qui, per lo meno in filigrana, si è riproposto uno storico “dilemma”: la politica deve o no educare le masse, deve o no esserle attribuita una funzione pedagogica? Un falso dilemma, sia ben chiaro, perché per la maggioranza di coloro che si pongono questo interrogativo la risposta è negativa .
Devo confessare che trovo irritante e sostanzialmente pretestuosa tutta questa querelle. Innanzitutto, in coerenza con tutta una tradizione conservatrice, si postula un carattere omogeneo del popolo italiano per cui certi vizi connoterebbero da sempre una sorta di indole ‘originaria’ per lo meno di gran parte del nostro elettorato. Non solo si finge di non cogliere le infinite segmentazioni che lo attraversano, prima di tutte quella di trovarsi al vertice o alla base della piramide sociale, non solo si rischia un’ interpretazione quasi biologica dei caratteri nazionali, ma soprattutto se ne postula una curiosa autonomia. Se da un lato infatti i vizi italici costituiscono una variabile opaca ed indipendente rispetto alla politica, da un altro al “popolo” (o per lo meno a quanti subiscono il fascino di Berlusconi) non si riconosce alcuna soggettività politica. Non si riconosce che quel messaggio possa intercettare bisogni e interessi (da non interpretare in chiave esclusivamente utilitaristica) che prima di essere demonizzati potrebbero essere fatti oggetto di analisi e di riflessione. Ma soprattutto non si riflette sul fatto che gli uomini e le donne si trovano ad operare in un mondo che è popolato di istituzioni che seguono (nel senso che sono state prodotte da azioni che si sono consolidate nel tempo) ma anche precedono i comportamenti, anche quelli politici. Dal che si può osservare, come tra gli altri ci ricorda Rainer Lepsius, che non solo gli atteggiamenti culturali, ancorati nelle personalità individuali, non possano essere considerati come variabili indipendenti, ma quanto il potenziale democratico dipenda dagli assetti istituzionali, dalle concezioni istituzionalizzate nel sistema politico ed in particolare nei partiti.
Tutto questo considerato ci si può domandare che senso abbia nel contesto attuale italiano criticare o valorizzare una possibile funzione pedagogica della politica. Ha senso, è utile considerare come variabile indipendente gli atteggiamenti culturali di una larga parte dell’elettorato e conseguentemente modellare su questi un progetto politico? Nello stesso tempo che effetto può produrre un retorico riferimento alla funzione pedagogica della politica volta all’affermazione di una cultura democratica quando proprio le istituzioni democratiche (e tra queste i partiti) sono così fragili, autoreferenti o addirittura assenti?
Forse a tanti politici ed intellettuali di sinistra e non solo non farebbe male rileggere (o meglio) leggere le riflessioni di Gramsci sul rapporto masse popolari e politica!

Di Franca Bonichi