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04/06/2013
turchia

La Lezione Turca

The Turkish Lesson

Un’altra notte di violente proteste in Turchia: ad Istanbul ( dove tutto è cominciato per “salvare il parco pubblico dalla cementificazione”) ma anche nella capitale – Ankara – e ora giù fino alla città mediterranea di Smirne. Due manifestanti (alcune fonti parlano di cinque con migliaia di feriti) sono stati già uccisi dal violento intervento della polizia.

Nel frattempo il Primo Ministro ( dal 2002) Erdogan è in visita ufficiale in giro nel Maghreb, e minimizza la situazione (“azione di una minoranza sovversiva e violenta”) e spera di trovare il paese “pacificato” al suo ritorno in patria.

La caduta del 10% della borsa mostra come queste speranze siano totalmente infondate. La questione centrale rimane aperta: nessun governo – per quanto “democratico”-  può dirigere senza consenso sociale. La messa in guardia dell’amministrazione statunitense inviata a Erdogan affinchè “rispetti il diritto alla protesta pacifica” è piuttosto chiara e contrasta francamente con l’arrogante ideologia dell’ignorare la “piazza”, le dimostrazioni di massa. I governanti dappertutto (anche in Italia ed anche da parte dei politici di “sinistra”) disprezzano ogni diretto intervento da parte delle masse. Questi sono chiaramente in torto e storicamente ciechi. In primo luogo, perché ogni democrazia è cominciata con la “Agorà”, il luogo dove i cittadini si incontravano nell’antica grecia per definire le proprie scelte. Oggigiorno  “la piazza” è “il termometro”. E solo degli idioti, o dei ciechi e violenti hanno l’abitudine di rompere il termometro se non apprezzano la temperatura che vi leggono.

Un’altra lezione dalla Turchia è che la crescita economica da sola è assolutamente insufficiente per governare un Paese. La questione non verte soltanto sull’uso della repressione poliziesca: in Giappone un consenso ossificato ha impedito al più ricco paese del mondo (a metà degli anni ‘80 del secolo scorso allorchè fu coniata l’espressione “Giappone n1”) di trovare un nuovo modello, un futuro praticabile. E più di due decenni di recessione sono seguiti.

I Turchi stanno proprio combattendo per questo: trovare la propria via per mescolare la crescita economica con il progresso sociale e la modernizzazione. Di più essi hanno un modello storico: Ataturk. E l’autoritario Erdogan (con tutto il suo bigotto e preteso islamismo) non ha nulla in comune con il Padre della moderna Turchia.

Ovviamente una comparazione con le “Primavere Arabe” è infondata, ma ciò che è in gioco è esattamente lo stesso. E non solo nella riva Sud del mediterraneo, ma anche in quella Nord: dove si trova l’Italia…vedremo.

Another night of violent unrest in Turkey: in Istanbul (where all started to “Save a Public Park from cementation”) but also in the Capital – Ankara – and now down to the Mediterranean city of Izmir.  Two protesters (some sources say five with thousands wounded) have been already killed by the brutal intervention of the police.

In the meantime Prime Minister (from 2002) Erdogan is travelling around the Maghreb playing down the situation (“action of a subversive and violent minority”) and hoping to find the Country  “pacified” on his return home.

The fall by 10% of the Stock Exchange shows that these hopes are totally unfounded. The main question remains open: no government – albeit “democratic” – could rule without social consensus.   The warning that US Administration sent to Erdogan “respect the right to peacufully protest” is quite clear and contrasts sharply with the arrogant ideology  of  ignoring the “piazza”, the mass demonstrations.  Rulers everywhere (in Italy too, and even from “Left wing politicians) despise direct intervention from the masses.  They are clearly wrong and historically blind.   First, because any democracy started with the “agorà”, the place where the citizens meet in ancient Greece to set up there choices.  Nowadays the “piazza” is the “thermometer”.  And only idiots or blind and violent people use to break the thermometer if they don’t like the temperature they read on it.

Another lesson from Turkey is that economic growth alone is absolutely not enough to rule a country.    The question is not only around the use of police: in Japan an ossified consensus inhibited the richest Country in the world (in the late eighties of the last century): “Japan Number One”) to find a new model, a viable future.  And more than two decades of recession followed.

The Turks are now exactly fighting for that: to find their way to blend economic growth with social progress and modernization.  Plus, they have an historical model: Ataturk.   And the authoritarian Erdogan (with all his bigot and fake islamism) has nothing in common with the Father of Modern Turkey.

Of course a comparison with the “Arab springs” is unfounded, but what is at stake is exactly the same. And not only on the South shore of the Mediterranean, but also in the Northern shore: where Italy stays… Let’s see…

 

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