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Redazione - 17/01/2013

La crisi in Mali e la France-à-fric

 di Silvia Loschiavo

“Uno Stato in uno stato pietoso”. Così appena un mese fa il settimanale Jeune Afrique definiva il Mali: un Paese umiliato dalle ultime prove politiche e dal caos istituzionale, deluso dall’impasse decisionale della classe dirigente – “diretta” a sua volta dai militari golpisti – e rassegnato a vedere il proprio esercito sotto equipaggiato e demotivato di fronte alla disastrosa situazione nel nord del Paese. Questa regione, occupata in prima battuta da gruppi touareg indipendentisti (MNLA) e, in seguito, da movimenti affiliati ad Al Quaeda del Magreb islamico (Aqmi), è divenuta oramai terra di nessuno, in preda a movimenti estremisti e alla criminalità transfrontaliera, e zona incandescente del “Sahelistan”. Tra marzo e maggio 2012 le città settentrionali di Gao, Timbuctu e Kidal sono state occupate dall’insieme di gruppi armati estremisti che hanno consolidato un sistema basato sul finanziamento dal contrabbando di armi e droga e esseri umani e dal rapimento di ostaggi occidentali.

Per non parlare della crisi umanitaria, che continua a manifestarsi con lo spostamento in massa di centinaia di migliaia di persone provenienti dalle regioni settentrionali dell’Azawad – ove vige la sharia assieme alle sue più nefaste pratiche punitive (amputazioni, lapidazioni) – che rischiano la vita pur di raggiungere i Paesi vicini.

Dopo l’annientamento della classe politica seguito al golpe dello scorso anno, manifestatosi nell’esilio forzato e nella clandestinità degli oppositori dati per favoriti alle elezioni democratiche che si sarebbero dovute tenere in aprile, al neo Primo Ministro Diango Cissoko le priorità dell’agenda politica sono sembrate chiare fin dall’inizio del suo mandato: prima un intervento di liberazione militare del nord, e solo in seguito le elezioni democratiche.

Una tempestiva ed efficace riconquista dei territori nelle mani dei movimenti estremisti, dunque.

Sì, “ma con quale esercito?” si sono chiesti gli analisti africani, e con loro il resto della comunità internazionale. Non è un segreto, infatti, che l’esercito del Mali, smembrato nelle sue catene di comando dopo il golpe della primavera scorsa, abbia patito delle profonde divisioni al suo interno: sarebbero solo cinquemila le unità a disposizione per un intervento armato nel nord, di cui solo duemila “realmente motivati”: d’altronde, non si può dimenticare la “ritirata” dell’esercito regolare avvenuta nel corso di uno scontro pochi mesi fa, avvenuta  a seguito del massacro di una guarnigione da parte delle truppe dell’Mnla e di Ansar dine, accompagnato da terribili sgozzamenti propri delle tecniche jihadiste.

La risposta della comunità internazionale alle insistenze del governo maliano e del “gendarme” francese, attento a non perdere la supremazia e il controllo economico di una regione così strategica, era arrivata lo scorso 12 ottobre attraverso la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che autorizza per un periodo iniziale di un anno il dispiegamento di una forza africana in Mali, con il supporto finanziario e logistico dell’Unione europea. Prima dell’offensiva jihadista su Konna, gli Stati Uniti, la Francia e altri paesi occidentali speravano di riuscire a radunare entro l’estate una parte consistente dei tremila effettivi dell’esercito maliano e di affiancarvi qualche migliaio di soldati dell’Ecowas (l’organizzazione regionale dell’Africa occidentale). Come preannunciato da Romano Prodi – inviato speciale di Ban Ki Moon per il Sahel -  il sussidio dei Paesi  europei avrebbe dovuto avere inizio nel gennaio 2013, mentre un eventuale intervento delle milizie africane avrebbe potuto avere inizio con ragionevoli prospettive di successo non prima del settembre 2013.

Da quanto detto emerge chiaramente che il dispiegamento delle forze militari francesi voluto da Hollande non solo stravolge le posizioni assunte in passato dal Presidente – che aveva chiaramente preannunciato di voler mantenere le distanze dalla politica estera del predecessore Sarkozy nel periodo della crisi libica, facendo bandiera del concetto di “non ingerenza, non indifferenza” , ma manca di legittimità, non trovando ragione di essere – come invece si vuole far credere – nella suddetta Risoluzione ONU.

La politica estera francese non abbandona dunque l’aspirazione al mantenimento della grandeur del proprio ruolo negli affari internazionali, soprattutto quando, come in questo caso, sono in campo i propri interessi egemonici/economici.

Eppure il Presidente Hollande, in una precedente visita a Dakar, affermava “l’era della Françafrique è finita” e sottolineava il ruolo di pacificazione e promozione dei diritti umani nella regione del Sahel che avrebbe potuto assumere l’UE, all’epoca da poco insignita del Nobel per la Pace.

Nonostante le premesse pacifiste e i tentativi di instaurare un dialogo con i gruppi jihadisti e affini impegnati nell’occupazione del nord del Mali, la Francia ha preferito rispondere all’emergenza con vigore, impiegando di una cospicua forza militare.

Perdere il controllo sul Mali, d’altronde, significa perdere la roccaforte della regione del Sahel, area di transito di materie prime che fanno gola ai Paesi occidentali e in primis alla Francia. I fosfati in Marocco, il ferro in Mauritania, lo stagno in Algeria, per non parlare degli interessi nella regione della Total, impegnata in un oleodotto di 4mila km che colleghi la Nigeria all’Algeria.

E’ bene ricordare, inoltre, quanto fondamentale sia nell’economia d’oltralpe l’approvvigionamento di uranio, presente nei territori di Mali, Niger e Algeria. Basti ricordare che il 77% dell’energia elettrica, di cui la Francia è la maggiore esportatrice mondiale, è prodotto dalle centrali nucleari nazionali. Il 30% dell’uranio che arriva in Francia segue la via del Niger, al confine col Mali.

La fine della Françafrique? Non sembrerebbe. Abbandonati gli strumenti propri del colonialismo di un’altra epoca, l’influenza francese nella regione punta ora a conservarsi attraverso accordi economici (un po’ meno “ineguali” rispetto al passato) e di aiuto pubblico allo sviluppo, volto a garantire la sicurezza e la pace, premesse indispensabili alla presenza di investimenti stranieri e delle grandi multinazionali per lo sfruttamento delle risorse. Solo il Mali riceve dalla Francia ogni anno 4 milioni di euro all’interno di operazioni di cooperazione militare, oltre ai 2 milioni di euro stanziati in progetti di governance nel nord.

 

Gli ultimi sviluppi del conflitto hanno coinvolto, com’era prevedibile, la vicina Algeria, che ieri ha subito un attentato presso un sito di estrazione di gas della Sonatrach (società algerina) a In Amenas.

L’attacco terroristico, che ha causato due morti di nazionalità britannica e sei feriti, è stato rivendicato dal gruppo Aqmi, capeggiato da Mokhtar bel Mokhtar. I miliziani detengono al momento venti ostaggi di nazionalità straniera, tra cui ci sarebbero giapponesi, francesi, britannici.

La valida dell’ipotesi di alcuni analisi che azzardavano la proporzione Mali : Afghanistan = Algeria : Pakistan, resta tutta da verificare. Di certo non era stata sinora chiara la linea tenuta dall’Algeria, stato egemone di una regione, quella sahariana/saheliana, che versa nel caos più totale: come già accennato, negli ultimi anni la zona è divenuta il transito del 30% della cocaina che giunge in Europa, di combattenti, droghe e esseri umani, nonché nuovo nido della rete jihadista internazionale.

Nel corso delle trattative diplomatiche precedenti alla dichiarazione dello Stato di emergenza e conseguente intervento francese, l’Algeria è stata spesso accusata di “attendismo” (“Le monde diplomatique”) e si è opposta dall’inizio ad un intervento militare nell’area dell’Azawad.

Un’interpretazione potrebbe risiedere nei legami fra i servizi segreti algerini e i gruppi che controllano il nord Mali, gruppi che intrattengono rapporti privilegiati anche con i nuclei di governatori del sud dell’Algeria.

E mentre da ieri la Francia ha messo in campo anche le truppe di terra nella riconquista delle città del nord, anche il nostro Ministro Terzi ha dichiarato che l’Italia è pronta a dare il proprio supporto logistico alle operazioni in Mali tramite aerei da trasporto, limitandosi ad un “supporto logistico”, proprio come Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti.

Una patata bollente in più per i successori del governo Monti, chiamati a rispondere non solo alla crisi economica e istituzionale nazionale, ma anche ai pericolosi risvolti di un eventuale impegno militare nel nuovo scenario del conflitto occidente-Islam, il Sahel.