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26/11/2012
giovani

Jon Savage “L’invenzione dei giovani” (Universale Feltrinelli 2012), “Teenage. The Creation of Youth. 1875-1945”, Chatto & windus 2007.

Un brillante saggio di stampo anglosassone, leggibile per un esame universitario ma anche libro da comodino: una successione enorme di storie ed intuizioni legate all’emergenza di una classe generazionale a sé, “target” di mercato, ma anche soggetto autonomo nella trasformazione sociale e, possibilmente, nella politica.

L’”invenzione” dei teen-ager si afferma come “conquista“ americana all’indomani della seconda guerra mondiale, né più né meno dei jeans che così a lungo ne sono stati l’emblema, ma c’è dell’altro, ben altro nel testo di Savage che parte dalla fine dell’800 con “eroine” ed “eroi” di questa “scoperta di sé”  dalla ricca adolescente di origine russa Marie Bashkitseff (“Vorrei essere uomo: superei tutti quei signori” ) al giovane mostro sanguinario del Massachussets il quindicenne Jesse Pomeroy che nel 1875 massacrò un numero indeterminato di vittime oscillando tra inconsapevole (?) psicopatia e brama di notorietà.

Alle storie individuali si aggiungono secondo la stessa cifra sociologica quelle collettive del nazionalismo decadente della controrivoluzione europea (Athur Rimbaud: “Penso a una guerra, di diritto o di forza, di logica affatto impreveduta. E’ semplice quanto una frase musicale”, 1874).   Ci penseranno i massacri di massa della I Guerra mondiale a realizzare questa “aspirazione”.  E non basterà, anzi dalla Hitler Jugend alla Gioventù italiana del Littorio (motto: “credere obbedire combattere”) includendo le analoghe organizzazioni staliniste, andrà avanti questa regressione destinata al brusco risveglio seguito ad Hiroshima e Nagasaki.

Il ventennio postbellico fu quello in cui i “baby boomers” attraversarono l’adolescenza (la “nuova nascita”) e si prepararono (vivendo traumi sinceri come la repressione d’Ungheria, dai più vecchi registrata senza revisione alcuna) ad una scadenza in cui individuo e collettivo tentavano la costruzione di un nuovo progetto di liberazione non generazionale, ma attraverso una generazione in movimento, dal giapponese Zengakuren ai campus americani e poi europei.      Ma l’indagine di Savage non si ferma qui e arriva alle premesse dell’oggi , come non dimentica che il periodo tra le due guerre non  fu solo regressione autoritaria e spersonalizzazione, ma anche (soprattutto negli Stati Uniti, ma non solo) ricerca tra scelta e necessità, caos e libertà.

In breve una lettura di scoperta di sé per chi oggi vive questa fase della vita, e uno strumento indispensabile per chi ancora crede che i “giovani” siano come le zanzare: spariscono ai primi freddi.

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