Archivio

Redazione - 21/10/2013

Italia e vincoli europei: una prospettiva più ampia.

Di Alessandro Caivano.

È ormai di un paio di settimane la notizia che l’Italia, secondo un bollettino della Banca Centrale Europea, rischierebbe di sforare a fine anno il tetto fissato al 3% nel rapporto deficit/PIL. Il governo Letta, anche tramite l’approvazione, lo scorso 15 ottobre, della Legge di Stabilità per il 2014, ha dato rassicurazioni sulla volontà italiana di rispettare il vincolo fiscale, soprattutto a seguito della provvidenziale uscita del Paese dalla procedura per deficit eccessivo. La previsione della BCE e la pronta risposta del governo di coalizione, ad ogni modo, hanno avuto l’effetto di  animare nuovamente il dibattito tra euroscettici ed eurocentrici, dando loro occasione per avanzare con rinnovato vigore le proprie tesi.

In particolare, coloro che da tempo sostengono la necessità di fare un passo indietro rispetto al processo d’integrazione che da più di 60 anni mira a consolidare le fondamenta di un’Europa unita ed inclusiva hanno colto la palla al balzo, facendosi portavoce di un malcontento diffuso che coinvolge fasce di popolazione via via più numerose (si guardi in Francia il recente exploit del Front National alle elezioni locali). In molti si chiedono se sia il caso di rimanere ancorati ad un’organizzazione sovranazionale che sembra essere incapace di superare le insanabili divergenze nazionali, specialmente in settori chiave, per giungere ad un’integrazione tout court. Costoro fantasticano di un ritorno alla sovranità monetaria, da raggiungere tramite una spettacolare uscita dall’Eurozona che consenta di riabbracciare la cara vecchia lira e tornare alle provvidenziali svalutazioni competitive.

Agli occhi di questa radicale frangia di euroscettici, la Germania dell’appena rieletta Merkel viene sovente identificata come la panacea di ogni male, l’oscura e temibile entità contro cui puntare il dito, colpevole, causa rigidità delle proprie politiche, di aver ridotto sul lastrico i Paesi d’Europa meno virtuosi – o semplicemente più fantasiosi in termini di finanze pubbliche. L’entrata nella cosiddetta Eurozona è, come da copione, vista come l’inizio della fine, il passaggio fondamentale che ha sancito il momento in cui la salvaguardia degli interessi nazionali si è piegata inesorabilmente alla volontà di Bruxelles e Francoforte.

Ma allora, forti di tali convinzioni, come possono costoro giustificare il fatto che, ancora oggi, nonostante una recessione senza precedenti nel recente passato, l’Unione Europea, di cui 28 dei 49 Stati del continente fanno parte, sia ancora vista come un porto sicuro da parte dei molti Paesi che chiedono di esservi ammessi? Non ci si accorge, in realtà, che la situazione di crisi sistemica che diversi Stati europei stanno affrontando, è, in buona parte, figlia di politiche nazionali irresponsabili che hanno portato le singole economie del continente sull’orlo del precipizio. Ed è questo, certamente, il caso del Bel Paese, dove per troppo tempo si è privilegiato il beneficio, facile ed immediato, di breve periodo a discapito di politiche più lungimiranti e, appunto, responsabili nel medio e lungo termine.

La possibilità di sforare la soglia del 3% del deficit in rapporto al PIL può, da un punto di vista economico, certamente essere una soluzione, ma è doveroso agire di concerto con gli altri leader europei, rispettando decisioni prese congiuntamente. Nel caso italiano, diversi economisti sostengono come, una volta sconfessato il fantasioso teorema del “rigore che fa crescere” che, di fatto, ha portato solamente ad un aggravio dell’attuale recessione, si possa – si debba – ora agire congiuntamente su domanda e offerta aggregata. Come? Riducendo la pressione fiscale e, allo stesso tempo, puntare a promuovere quelle riforme necessarie di cui il Paese ha bisogno ormai da diverso tempo. La domanda, giunta da più parti, di una riduzione delle imposte su capitale e lavoro è stata in parte accolta dalla Legge di Stabilità che ha promosso sgravi fiscali per lavoratori e imprese e tagli al cuneo fiscale.

La strada da percorrere, tuttavia, è ancora impervia. Le previsioni sul PIL, dopo la contrazione del 2,4% dello scorso anno, mostrano ancora dati negativi per il 2013 ed una leggera ripresa è prevista solamente per il 2014. Ciò che è importante comprendere, ad ogni modo, è che la drastica soluzione extra-UE che taluni nostalgici propongono ad oggi non può essere percorribile. Al di là delle ripercussioni negative che un’uscita dall’Eurozona comporterebbe – senza contare che l’ultima svalutazione competitiva è datata 1992 quando la situazione globale a livello di mercati era decisamente diversa – il peso che un’Italia fuori dall’UE avrebbe in un contesto radicalmente mutato da quello di venti anni fa sarebbe oggi estremamente ridotto e il rischio di un isolamento auto-indotto altrettanto concreto.

Lo spazio in cui bisogna agire deve essere quello europeo. Capire questo è fondamentale per tornare a giocare un ruolo di rilievo a livello internazionale, questa volta all’interno di un’organizzazione – l’Unione Europea – i cui destini passano inevitabilmente anche per Roma. Con l’obiettivo di promuovere un’integrazione maggiormente inclusiva, il ruolo che l’Italia può avere nel contesto odierno è quello di favorire la creazione di spazi di collaborazione più ampi, che includano settori ad oggi dimenticati dai leader europei. Come le recenti tragedie nel Mediterraneo hanno crudelmente mostrato, diversi sono ancora i settori in cui le politiche europee non hanno ancora raggiunto gli standard di cooperazione richiesti per essere realmente incisive. Riporre fiducia nell’Europa per svolgere nuovamente quel ruolo di Paese promotore per l’integrazione pensato in origine dai padri fondatori del progetto europeo quali Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli: è attraverso tale sfida che si gioca il futuro, nonché il rilancio, dell’Italia.