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Redazione - 25/02/2013

Israele in attesa di Obama.

Di Immanuel

Il Primo Ministro uscente d’Israele, e probabile entrante, conduce serrate trattative per completare la coalizione che dovrebbe confermargli il mandato a governare. Fino alla prossima crisi ed al prossimo rimpasto,  la volatilità essendo caratteristica dei governi d’Israele da alcuni anni a questa parte. L’impronta centrista dovrebbe essere data dall’arrivo di Tzipi Livni alla Giustizia e con l’incarico ad personam di seguire i negoziati di pace coi Palestinesi, oltre che del Partito di Lapid, il “vero” vincitore delle elezioni di gennaio. Livni rivolge l’appello alle altre forze moderate, il Labour in testa essendosi ormai il partito autoclassificato di centro,   a entrare nella coalizione per spingere la trattativa coi Palestinesi. Una forza d’urto centrista volta a contenere le spinte dell’ala destra della coalizione, dei partiti religiosi, dello stesso Primo Ministro. Nella migliore delle ipotesi un compromesso delicato da raggiungere, e ancora più da mantenere, se e quando i negoziati dovessero ripartire davvero.

La voglia di moderatismo che spira dal Primo Ministro, meno dal Likud, si spiega con l’urgenza di offrire a Obama un governo in buona e debita forma quando egli si recherà in Israele a marzo, per la prima volta come Presidente dopo esserci stato da candidato prima di essere eletto nel 2008. Meglio ancora se il Governo schiera elementi rassicuranti per gli Americani come Livni e qualche laburista di provato moderatismo. La conversione centrista di Netanyahu si deve appunto alla vittoria di Obama alle elezioni di novembre ed alla necessità di confrontarsi con un Presidente ormai libero da remore elettorali in casa e proteso verso la storia. Come insegna il precedente di Clinton alla Casa Bianca, la pace in Medio Oriente dopo sessanta e passa anni di conflitti è risultato troppo pregiato  per lasciarselo scappare nel secondo mandato.

Le manovre preparatorie s’infittiscono. Il Segretario di Stato riceve a Washington il capo negoziatore palestinese e commenta con il rinnovato impegno americano alla pace. Organizza il primo viaggio all’estero toccando alcune capitali interessate al dossier mediorientale, ma non Israele né la Palestina. Accompagnerà il Presidente a Gerusalemme e Ramallah in marzo. Sembra una ripresa d’iniziativa in piena regola.

E’ lecito interrogarsi sulla effettiva portata dell’iniziativa. Siamo alla vigilia di una svolta? O della rappresentazione di una svolta? Un certo grado di realismo impone risposte prudenti. Quando s’insediò l’Obama I, il discorso al Cairo gli valse il  Nobel per la pace e un credito presso la parte del mondo più difficile e più prossima per l’Occidente. Quattro anni dopo l’agenda mediorientale è scarna. La crisi finanziaria, i rapporti col Pacifico, l’Iran, la primavera araba, l’Afghanistan, il Pakistan. Il dossier mediorientale rimane come anchilosato e affidato alla volontà delle parti sul terreno. Volontà di cui era ed è lecito dubitare. Per il precedente Governo d’Israele il dossier semplicemente non era d’attualità, sovrastato com’era da quello iraniano e dalle convulsioni seguite alla primavera araba segnatamente in Egitto e Siria e ora pure in Giordania. Il caso palestinese si configurava al massimo come di politica interna, da affrontare col tradizionale dosaggio di repressione e aperture. Nel frattempo proseguiva la politica degli insediamenti, con l’ultima raffica di costruzioni decisa dopo il voto ONU sulla Palestina. La decisione  fece il consenso in negativo nella comunità internazionale, che ci vide non solo la nota provocatoria ma anche la sentenza definitiva sull’ipotesi di due popoli per due stati.

Ora la giostra riparte. Kerry e Obama mostrano di riaprire il dossier ed essi probabilmente sono i soli in grado di occuparsene con qualche seria prospettiva. Non illudiamoci, noi Europei, di contare qualcosa nella vicenda. Al massimo saremo chiamati ad assistere a cerimonie ed a contribuire ai costi dell’eventuale pacchetto per la pace. Il ruolo diplomatico non ci spetta da quando ci siamo ritratti dall’area considerandola troppo delicata da affrontare coi nostri mezzi di bordo e  con la nostra vacillante volontà. L’Unione europea si avvia allo spensierato periodo di ingorgo istituzionale, con il piano finanziario pluriennale ancora sub judice al Parlamento Europeo e con lo stesso Parlamento e la Commissione in procinto di cambiare nel 2014. Troppe sono le questioni da seguire in casa per occuparsi di quelle dei vicini.