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Redazione - 08/03/2013

Israele in attesa di Obama – parte seconda.

Di Immanuel

La forza del Presidente americano: addirittura levatrice di un governo inusitato nella tradizione d’Israele. Netanyahu si accinge a sciogliere la riserva sulla formazione della nuova compagine escludendo i partiti religiosi ultraortodossi come Shas ed accogliendo quelli del centro laico. La fretta di chiudere gli sarebbe buona consigliera. Il 20 marzo arriva Obama e da Washington fanno sapere che vuole incontrare un governo in carica e non un Primo Ministro incaricato, altrimenti potrebbe rinviare la visita e, con l’agenda sovraccarica che si ritrova, la data si perderebbe nel futuro incerto.

La visita di Obama è giudicata epocale dagli israeliani per vari motivi, ancorché essa sia preceduta da richieste che in  altra circostanza sarebbero respinte con sdegno. La liberazione di un certo numero di detenuti palestinesi e il blocco degli insediamenti, tanto per cominciare. Dall’altra parte Israele si attende un gesto di clemenza nei confronti di Pollard, l’americano condannato per spionaggio a favore dello stato ebraico. E soprattutto si attende comprensione per le sue ansie di sicurezza messe a dura prova dalla crisi siriana alle porte di casa e dal programma nucleare iraniano. Non è un caso che il Primo Ministro denunci lo stato disastroso della Siria e della sua implosione con schegge che schizzano da tutte le parti e il quasi raggiungimento del punto di non ritorno nel programma iraniano. E ciò malgrado che le fonti americane parlino di un buon clima alla riunione di Almaty fra il gruppo dei 5 + 1 e l’Iran. Ma non basta a Israele e neppure alla comunità internazionale. Il clima sarà quello giusto ma i risultati concreti sono di là da venire. La guardia resta alta e Israele evoca azioni risolutive che ciascuno può interpretare come crede.

L’esclusione dei partiti ultraortodossi è il passaggio necessario per aprire la coalizione ai partiti laici di centro che insistono per  privare gli ortodossi di certi privilegi. Cittadini che hanno qualche privilegio in più degli altri, ad esempio evitare la coscrizione obbligatoria, e qualche obbligo in meno in materia fiscale, ma che dettano l’agenda politica come e più degli altri. Il portafoglio degli Esteri sarebbe riservato a Lieberman, il titolare uscente e alleato elettorale del Likud, ma su  lui pende un giudizio davanti alla Corte che potrebbe tenerlo lontano dai pubblici uffici. Lapid aspira all’incarico e la sua immagine telegenica sarebbe probabilmente gradita all’amico americano. Fino a che punto spingersi per compiacerlo? La risposta di Netanyahu è imminente, se metà marzo è la scadenza per presentare al Capo dello Stato la lista dei Ministri ed ottenere il via libera della Knesset. Obama è atteso  il 20 marzo o forse mai più.