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Redazione - 20/03/2013

Israele e Obama.

di Immanuel

Mentre iniziano le 36 ore della visita di Obama, la prima da Presidente degli Stati Uniti, Israele vara il governo a distanza di quasi due mesi dalle elezioni. Tanti giorni sono occorsi al Premier uscente e entrante per mettere a punto la compagine che, su una ventina di membri, schiera soltanto quattro donne. Eppure nel paese la questione femminile ha un peso.  Le novità principali riguardano l’uscita di alcuni partiti religiosi e l’ingresso di partiti laici, e di centrodestra, di nuovo conio come quelli guidati da Yair Lapid, Naftali Bennett, Tzipi Livni. Tranne quest’ultima,  gli altri due si affacciano ora sulla scena politica anche se vengono da famiglie aduse alla politica. Il primo si mostra come pragmatico e perciò teso ad attendere il turno per tentare il grande salto verso la premiership o verso il portafoglio degli Esteri. Il Ministero Esteri risulta stranamente scoperto in attesa del “legittimo” titolare, quel Lieberman che sta in attesa del giudizio della Corte e temporaneamente non può coprire pubblici uffici.

A Yuval Steinitz del Likud il Primo Ministro affida l’incarico (senza portafoglio) delle Relazioni Internazionali e degli Affari Strategici. A Zeev Elkin del Likud quello degli Affari Esteri  come vice o sottosegretario. A Tzipi Livni, titolare della Giustizia, è conferita ad personam la responsabilità di trattare coi Palestinesi nell’ipotetico processo di pace. A Moshe Ya’alon è affidata la Difesa: non a caso un ex militare e membro del Likud.

La compagine pare blindata nel suo profilo laico e di centrodestra e  fa commentare ad alcuni come il tema della pace non sia nella sua agenda come non lo è stato nella campagna elettorale. A meno che … A meno che Obama voglia qualificare la visita  di storica non solo sul piano protocollare, e si faccia portatore non dell’ennesimo piano ma di una malleveria della ripresa di un processo. Se la situazione coi Palestinesi è relativamente calma anche per i contatti che intercorrono fra Hamas e l’AP, lo stato della regione è vulcanico. La Siria è a rischio implosione, ora che alcuni stati europei cominciano a rifornire di armi i ribelli, mentre Iran e Russia e Cina restano al fianco dei “legittimisti”. L’Iran apparentemente continua a procedere col piano nucleare, salvo intavolare colloqui con il Gruppo dei 6 e lanciarsi segnali a distanza cogli Americani.

Altri commentatori aspettano dalla visita di Obama l’ulteriore richiesta a Israele ad astenersi da azioni preventive nei confronti dell’Iran. Di fare fiducia alla diplomazia che richiede tempi più distesi di quanto auspicato dal Governo di Gerusalemme. In cambio gli Stati Uniti ribadirebbero l’immutabilità dell’alleanza con Israele che ha vari profili. Sia quello diretto sotto forma di aiuti finanziari e politici e militari. Sia quello indiretto del tentativo di tenere tranquillo l’Egitto, che tranquillo non lo è affatto di suo, almeno sul piano dei rapporti con Israele. Vedi il rispetto degli accordi di Camp David. Tutti ricordano il vecchio motto che la guerra non la si fa senza l’Egitto e la pace non la si fa senza la Siria.

Obama in Israele e in Cisgiordania e in Giordania è una bella sfida anche per l’Amministrazione americana. Nel primo mandato, se si toglie il famoso discorso al Cairo, la priorità è stata di ritirarsi da alcune zone di guerra e di ridurre la presenza altrove. Non certo di accrescere l’impegno, neppure diplomatico, in aree a perenne rischio come il Medio Oriente. I Presidenti democratici che ci provarono non ebbero tutto il successo che si aspettavano. Oggi le attese si riducono e così i risultati possono essere conseguentemente più fausti.