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Redazione - 25/11/2013

Iran e nucleare: un accordo storico

Di Alessandro Caivano

“Oggi la diplomazia ha aperto una nuova strada per rendere più sicuro il mondo”. Così Barack Obama ha accolto lo storico accordo concluso nella notte tra sabato 23 e domenica 24 novembre dai Ministri degli Esteri del gruppo dei 5+1 – i cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza più la Germania – con l’Iran. Un’intesa che fino a qualche mese fa sembrava impensabile, compromessa dall’intransigenza iraniana e dalla chiusura dell’Occidente, è stata finalmente raggiunta in una Ginevra sempre più centro nevralgico dell’azione politico-diplomatica internazionale.

L’accordo, che sostanzialmente impegna l’Iran a non superare la soglia critica del 5% nel processo di arricchimento dell’uranio, a non costruire altre centrifughe nucleari e, soprattutto, ad eliminare o convertire in materiale combustibile le riserve di uranio arricchite al 20% e, in teoria, utilizzabili per costruire un ordigno nucleare, stabilisce, in cambio delle garanzie iraniane, un alleggerimento delle sanzioni economiche imposte contro Teheran. Il governo iraniano avrà, inoltre, la possibilità di accedere ad una cifra pari a circa 4,2 miliardi di dollari bloccati in conti correnti stranieri. L’intesa raggiunta, come specificato dai leader delle sei potenze, è di carattere provvisorio e la sua validità è condizionata al rispetto degli impegni presi da parte dall’amministrazione iraniana. Al termine dei sei mesi indicati dall’accordo, si potrà poi pensare ad intavolare una trattativa dai contorni ancor più definiti che preveda la definitiva eliminazione di sanzioni che, colpendo soprattutto esportazioni petrolifere e scambi commerciali, minano ormai da tempo la salute dell’economia iraniana. L’obiettivo ultimo del gruppo dei 5+1 è la firma da parte di Teheran del Protocollo Aggiuntivo al Trattato di Non Proliferazione nucleare, il quale prevede un regime di ispezioni ancora più invasivo rispetto a quello al quale il governo iraniano si è sino al momento sottoposto.

Come prevedibile, la storica intesa di sabato notte ha suscitato reazioni divergenti nei Paesi maggiormente coinvolti nella vicenda. Se da parte iraniana, la felice conclusione delle trattative è stata subito accolta con favore e identificata, peraltro a ragione, come un successo della nuova amministrazione di Hassan Rouhani, la cui linea moderata a favore di un dialogo realmente costruttivo risulta perfettamente incarnata dalla figura del Ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, a Washington, le conseguenze di un accordo di tale portata potranno essere analizzate solamente in un secondo momento. Di certo, Obama, da sempre a favore di una soluzione diplomatica alla questione iraniana, ha ottenuto un risultato importante in un’area in cui, specie negli ultimi tempi, ha incentrato molte delle sue attenzioni di politica estera. Il presidente democratico, giocando d’anticipo rispetto ad un Congresso già pronto ad imporre ulteriori sanzioni contro Teheran, ha saputo ben approfittare del momento storico favorevole, in cui un’opinione pubblica tradizionalmente simpatizzante per la causa israeliana è apparsa contraria alla possibilità di un nuovo impegno militare in una regione spesso fonte di grattacapi e ripercussioni negative sull’immagine degli Stati Uniti nel mondo.

A dispetto delle rassicurazioni all’alleato israeliano, la posizione netta assunta da Obama rispetto alla questione iraniana, rischia di incrinare ancora di più un asse USA-Israele già vacillante a causa degli atteggiamenti ambigui da parte del presidente americano riguardo alla questione israelo-palestinese. Il premier Netanyahu ha bocciato l’accordo concluso a Ginevra dalle sei potenze mondiali, etichettandolo come “errore storico” che pone in pericolo non solo la sopravvivenza di Israele, ma la sicurezza dell’intera comunità internazionale. L’alleggerimento delle sanzioni rischia, agli occhi di Gerusalemme, di spianare la strada verso la costruzione di un arsenale nucleare da parte di Teheran. In quest’ottica, le reazioni da parte dei leader iraniani, i quali dichiarano sancito, con l’accordo appena raggiunto, il diritto di sviluppare il proprio programma nucleare, confermerebbero tali preoccupazioni.

Chi invece esce sicuramente vincente dal summit svizzero è Catherine Ashton. Ex attivista a favore del disarmo nucleare, l’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione Europea ha ottenuto, proprio in un settore a lei particolarmente caro, il più importante successo diplomatico del suo, finora molto discusso, mandato. Utilizzando spesso, in luogo dell’espressione 5+1, la fortunata formula dei E3+3 (tre Paesi europei più i tre extra-europei), la Ashton ha saputo gestire sapientemente le varie fasi del negoziato, facilitando il raggiungimento di posizioni comuni dopo che il Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius si era opposto alla prima bozza di accordo due settimane orsono.

In conclusione, a dispetto delle critiche, alcune di queste peraltro sensate, mosse ad un accordo che, essendo senza precedenti, presenta per forza di cose dei punti ambigui – la mancata chiarezza sul diritto a mantenere un proprio programma nucleare da parte di Iran è uno di questi – non v’è dubbio che l’intesa raggiunta a Ginevra rappresenti, almeno dal punto di vista simbolico, una prima tappa verso l’auspicata risoluzione di una crisi che da oltre dieci anni destabilizza un’area caratterizzata da tensioni permanenti e forti contrasti. Nell’attesa che le parti coinvolte diano seguito ai buoni propositi mostrati, va, in ogni caso, sottolineata l’innegabile importanza della soluzione diplomatica raggiunta dai leader delle maggiori potenze mondiali a Ginevra, nell’auspicio che soluzioni di questo tipo siano utilizzate, allo stesso modo, per la gestione di altre delicate questioni di carattere internazionale, a partire dalla crisi siriana.