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Redazione - 06/02/2013

Il voto in Israele e Obama.

di Immanuel

Mentre Obama da Washington annuncia che si recherà a marzo in Israele, la prima visita da Presidente nello stato ebraico,  la situazione politica in Israele a molti giorni dal voto resta aperta a varie soluzioni.

Il Primo Ministro uscente attendeva una conferma plebiscitaria dalle urne, che invece non c’è stata, e si deve accontentare del vantaggio di misura che costringe il suo Likud ed il partito dell’ex Ministro degli Esteri a cercare alleati al centro dello schieramento politico. Per quanto Netanyahu e Lieberman amino qualificarsi di centro, cedendo al vezzo italico di aggiungere il prefisso “centro”  a qualsiasi coalizione, il loro programma è marcatamente di destra. Di centro – centro sono gli altri partiti con cui ora  cercano di tessere l’alleanza. Lo è il secondo vincitore delle elezioni,  di fatto il primo essendo un esordiente assoluto sulla scena politica: si tratta di Yair Lapid, figlio d’arte del politico Tommy Lapid, giornalista e  “conduttore televisivo  più sexy di Tel Aviv”. La somiglianza di Yair Lapid con George Clooney impressiona  per le venature brizzolate della capigliatura e il sorriso malandrino. In era telegenica, il richiamo del  conduttore televisivo e della spensierata Tel Aviv è fondamentale. Se a questo si aggiunge l’ambizione di correre per la premiership, ecco che Lapid più che potenziale alleato di Netanyahu diviene suo concorrente per la massima poltrona di governo.

Il Likud si guarda intorno in cerca di alleati meno ambiziosi ma non meno scomodi. Tzipi Livni, già Ministro degli Esteri, porta alla Knesset una pattuglia di parlamentari col suo piccolo partito di nuovo conio, il cui numero per quanto esiguo consentirebbe a Netanyahu di avere la maggioranza e di aggiungere il sospirato prefisso “centro” alla coalizione. Netanyahu apre le trattative con Livni, che pure alla vigilia aveva annunciato “mai con lui”, e si fa precedere dalla battuta da macho di un suo emissario: “meglio Livni sulle ginocchia che Lapid su un cavallo”.  Di sicuro, in un quadro così incerto, è che Netanyahu intende succedere a se stesso. Egli continuerà il pressing su Lapid per contenerne le ambizioni e su Livni per diminuire il prezzo della collaborazione.

La sinistra appare sfuocata in questa foto di gruppo. Eppure fu la sinistra sionista a fondare lo Stato d’Israele ed a governarlo per anni prima dell’avvento del Likud. Il vecchio Labour, logorato da innumerevoli scissioni, è affidato ad una leader emergente che non resiste alla moda del “centro” per collocare anche il Labour in quell’area. A sinistra resiste Meretz, il solo partito che non ammaina la bandiera della tradizione. I partiti arabi eleggono i loro deputati ma al solito non partecipano alle coalizioni di governo.

Alla scena così frammentata, che è abituale nei sistemi proporzionali, assistono spettatori molto interessati. I Palestinesi anzitutto che conducono la loro interna trattativa per ricucire lo strappo fra Hamas e AP, ovvero fra Gaza e Cisgiordania, e presentarsi uniti al cospetto di Israele se e quando ripartirà il negoziato di pace. E poi gli Americani che hanno in Joe Biden il nuovo volto dei rapporti mediorientali. Il Vice Presidente apre all’Iran sulla trattativa per il nucleare. L’Iran vede il gioco e accetta il prossimo appuntamento in Kazakistan con i 5 + 1. Le mosse americane servono a dare tempo alla diplomazia ed attenuare la crescente tensione d’Israele verso quello che gli analisti giudicano il punto di non ritorno nel processo di arricchimento dell’uranio.

Sulla coalizione che verrà in Israele pesano almeno tre temi internazionali: il caso Iran, il caso Palestina, il caso Siria. Sulla Siria il fronte interno è concorde nello scongiurare il pericolo che armi distruttive siriane finiscano in Libano; su Iran e Palestina si sentono voci diverse se non discordanti. I vecchi capi dei servizi di sicurezza interno e militare, con la loquacità degli “ex”, si esprimono per la via diplomatica. Lasciare tempo alla diplomazia per disinnescare la “bomba” iraniana senza ricorrere all’attacco preventivo, della cui efficacia risolutiva essi hanno motivo di dubitare. Rilanciare il processo di pace per non dare adito a quanti, in campo palestinese, vagheggiano la Terza Intifada.

Tutto questo accade alle porte d’Italia. Senza ricorrere alla retorica della globalizzazione, bisogna riconoscere che gli affari mediorientali sono i nostri affari.  Solo che la politica italiana se ne tiene lontano come se accadessero in un altro tempo e in un altro luogo. Importa stare dietro alle ultime uscite sulle imposte, che fra poco ci verranno integralmente restituite facendo dell’Italia il primo paese fiscal free al mondo, e non affrontare il ragionamento sul nostro stare sulla scena mondiale. Ovvero, se il mondo è troppo grande, il nostro stare nella piccola parte dell’universo che è il Mediterraneo meridionale. L’Europa e gli Stati Uniti hanno sì un interesse nella regione ma non è detto che il loro interesse sia esattamente il nostro.