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Redazione - 21/11/2014

Il trionfo dei repubblicani alle mid-term: i perché del risultato e gli scenari futuri

di Alessandro Caivano

Il verdetto delle urne ha sancito un largo successo del partito repubblicano nelle consuete elezioni americane di medio-termine. I repubblicani conquistano infatti la maggioranza al Senato dopo otto anni di prevalenza del partito democratico e ampliano addirittura il proprio vantaggio alla Camera, ottenendo per i prossimi due anni il controllo dell’intero Congresso. L’esito del voto di novembre restituisce agli Stati Uniti un presidente fortemente indebolito, costretto a governare negli ultimi due anni del suo secondo mandato da “anatra zoppa”, ovvero senza l’appoggio della maggioranza del proprio partito in almeno uno dei due rami del parlamento. Obama si troverà di fronte alla necessità di sedersi sovente al tavolo delle trattative e di elaborare formule di compromesso con i repubblicani per portare avanti un’agenda fitta di impegni, pena una paralisi istituzionale che avrebbe catastrofiche ripercussioni negative all’interno degli Stati Uniti, influendo  inevitabilmente sull’impegno americano al di fuori dei propri confini.

Da molti predetta, la vittoria del partito repubblicano è stata ben più ampia rispetto a quanto si poteva immaginare alla vigilia del voto. Nella corsa per il rinnovo di un terzo dei seggi del Senato, i repubblicani hanno vinto molti testa a testa strappando agli avversari Stati come il Colorado e l’Iowa dove i sondaggi elettorali li davano in svantaggio. Il partito di Obama ha perso la partita dei governatorati – si eleggevano i governatori di 36 dei 50 Stati americani – cedendo in Maryland e Massachusetts, tradizionali roccaforti democratiche. Sorprendono casi quali quello della Virginia dove il candidato democratico per il Senato Mark Warner, avanti di dieci punti, è riuscito ad avere la meglio sul proprio rivale soltanto sul filo di lana, con un margine di vittoria inferiore al punto percentuale; o dell’Illinois, dove il governatore uscente Pat Quinn è stato sconfitto dallo sfidante repubblicano, a dispetto del sostegno offerto alla campagna per la rielezione dall’ex senatore dell’Illinois Obama.

Il successo dei repubblicani si presta a diverse interpretazioni. A parziale giustificazione della performance negativa del partito democratico, in molti hanno citato la cabala del “six-year itch”: il “prurito del sesto anno” che spinge gli elettori a votare contro il partito del presidente nelle elezioni di mid-term del secondo mandato ed è testimonianza di quell’alternanza di potere che negli Stati Uniti trova la sua massima espressione. Solo Bill Clinton, in oltre un secolo, è uscito indenne dal confronto con gli elettori dopo sei anni di presidenza. La bassa affluenza al voto ha toccato nuovi picchi negativi – hanno votato il 36.3 % degli aventi diritto, dato peggiore dall’entrata in guerra degli USA nella Seconda guerra mondiale – in elezioni in cui le minoranze etniche hanno spesso disertato le urne, privando il partito di Obama di un fondamentale bacino di voti. Il ritiro di alcuni senatori democratici – per motivi di età o per non andare incontro ad un’umiliante sconfitta – ha poi favorito la vittoria dei repubblicani che hanno recuperato Stati perduti nel 2008 sull’onda dell’Obamamania.

Ridurre l’analisi del dato elettorale a tali variabili risulta, tuttavia, semplicistico. È innegabile, infatti, constatare che la partita è stata vinta dai repubblicani anche e soprattutto grazie ad una maggiore comprensione delle dinamiche che muovono le elezioni di mid-term, da sempre più ideologizzate – e quindi polarizzate – rispetto alle presidenziali. Orientando la propria campagna elettorale su una strategia tesa ad evidenziare i limiti dell’attuale amministrazione nel far fronte ai  più o meno concreti pericoli per la sicurezza nazionale, quali l’afflusso massiccio di clandestini dal Messico o la minaccia di espansione del virus Ebola, i repubblicani hanno costruito una storica vittoria. I democratici hanno fallito nel tentativo di presentare agli americani un Paese economicamente in salute con tassi di crescita e di disoccupazione da far invidia a molte democrazie occidentali, perdendo così i voti di quelle minoranze che nel 2008 e nel 2012 erano state decisive ai fini dell’esito elettorale.

Il voto delle mid-term ha assunto i contorni, come vuole la tradizione, di un referendum sull’operato del presidente. Obama ne è uscito certamente indebolito, pagando un tasso di impopolarità crescente, attestato ad un preoccupante 40%, solo quattro punti più alto rispetto a quello di George W. Bush dopo sei anni di presidenza. L’eredità lasciata dall’amministrazione Obama verrà meglio analizzata e valutata nei prossimi anni, ma di certo il presidente democratico ha pagato – e sta pagando – un’agenda iniziale troppo impegnativa, che ha visto sinora come unico risultato di una certa rilevanza la tanto agognata riforma sanitaria. Dal punto di vista economico, gli indicatori macroeconomici positivi incidono solo parzialmente su un clima che resta invece, per certi aspetti, di profonda incertezza: molti americani sono sottoccupati, percepiscono un salario inferiore rispetto a quello pre-crisi e in alcuni casi, sfiduciati, hanno rinunciato a cercare lavoro.

Gli scenari che si aprono e che metteranno il presidente di fronte alla necessità di governare con un Congresso di segno opposto per i prossimi due anni sono molteplici. Scongiurare l’ipotesi di un’impasse istituzionale che porti ad un blocco delle riforme e dei provvedimenti da attuare è nell’interesse di entrambi i partiti, oltre che del Paese. Il partito repubblicano, dopo sei anni di ostruzionismo, ha la grande possibilità di recuperare la credibilità perduta a causa delle divisioni intestine e di presentarsi al fondamentale appuntamento del 2016, dove l’elettorato è più ampio e variegato, come partito responsabile. Da questo punto di vista, la nomina come Speaker del Senato di Mitch McConnell, rappresentante di quella vecchia guardia moderata del partito, è un segnale importante in vista di una nuova auspicata collaborazione tra Presidente e Congresso. D’altra parte, è ragionevole pensare che il compromesso non riguarderà questioni complesse – ad esempio l’immigrazione – dove le due parti si trovano su posizioni troppo distanti e non è difficile immaginare che Obama deciderà di utilizzare molto più spesso lo strumento del veto presidenziale, fino a questo momento usato con estrema parsimonia.

I prossimi due anni saranno fondamentali per comprendere come i due partiti si presenteranno alle cruciali elezioni presidenziali del 2016. Dopo due mandati di presidenza Obama, i repubblicani avranno la chance di conquistare nuovamente la Casa Bianca e, contestualmente alla riconferma della maggioranza in Congresso, dominare, dopo dieci anni, la scena politica americana. Dal canto loro, i democratici prepareranno la corsa cercando di recuperare il terreno perso in queste mid-term e di contrastare la disaffezione verso un presidente che avrà due anni di tempo per portare a compimento alcuni punti critici di un’ambiziosa agenda politica. I nomi di Jeb Bush per i repubblicani e di Hillary Clinton per i democratici sono ad oggi i grandi favoriti, ma, come l’esperienza del passato insegna, in due anni molte cose possono mutare. Anche che si rovescino i rapporti di forza di un confronto politico che, solamente due anni fa, vedeva un presidente forte della riconferma dell’elettorato americano e avviato verso un altro mandato di grandi aspettative contrapporsi ad un partito all’opposizione in profonda difficoltà, senza un leader riconosciuto e in balia delle proprie divisioni interne.