Flash

19/03/2015

Il ritorno del guerriero.

r-NETANYAHU

Di Immanuel

Bibi Netanyahu guadagna col suo Likud la maggioranza relativa alla Knesset contro il pronostico che lo voleva in svantaggio rispetto a Herzog ed a Unità sionista. La sua campagna inusitata nei toni e nei modi ha avuto successo, a dimostrazione che il cuore profondo, e maggioritario, d’Israele batte a destra e che gli appelli alla sicurezza, al di là financo del senso comune, fanno presa. L’intemerata davanti al Congresso americano, repubblicano fra i repubblicani, pareva il massimo che un Primo Ministro di uno stato estero potesse permettersi. In realtà Netanyahu non parlava da straniero al paese ospitante ma da cittadino ai concittadini. La sua duplice vocazione, prima ancora che nazionalità, pesò nell’occasione e ancora più peserà nel prossimo futuro, quando probabilmente vorrà dire la sua sulle presidenziali americane. Netanyahu come grande elettore americano: ecco una situazione che ha dell’inverosimile se non che è vera.

Obama si congratula col popolo israeliano per le votazioni ma non con il Primo Ministro uscente e quasi certamente entrante. Anche questo è segno dei tempi e di una svolta inverosimile, se non fosse vera, nelle relazioni internazionali. Ci stiamo avvicinando al riconoscimento di fatto se non formale d’Israele come cinquantunesimo stato dell’Unione. Le politiche dei due paesi, e al loro interno, sono talmente intrecciate che non si comprende l’una senza l’altra.

Il Primo Ministro aveva sbarrato il passo all’ennesimo tentativo del Segretario di Stato di buttarsi nella mischia mediorientale con l’ennesima mediazione. La shuttle diplomacy di Kissinger, che lo portò a sbloccare la Guerra del Kippur negli anni settanta, non ha funzionato nel XXI secolo per vari motivi. Il primo dei quali è l’incancrenirsi di un conflitto che nessuno dei contendenti vede ragionevolmente avviato a conclusione. L’espressione più cara alla Destra israeliana è “gestire il conflitto”, non certo risolverlo: e questo perché esso non ha apparente soluzione e neppure lascia intravedere la volontà della soluzione.

Il Capo dello Stato auspica un governo di unità nazionale: i precedenti ci stanno e pure i numeri, dato che Herzog comunque ha un buon numero di seggi. Ma il Primo Ministro vuole il reincarico per formare una coalizione di destra con qualche spruzzata di centro. E se manterrà l’impegno elettorale che non vi sarà stato palestinese, la volontà di pace potrà intendersi come sepolta almeno per i prossimi anni.

Resta il nodo dell’Iran. Qui la partita si fa difficile pure per l’ardimentoso Bibi. Se è vero che esiste già un’intesa di massima e che questa è restata coperta in attesa delle elezioni israeliane, allora la volontà del nuovo Governo di Gerusalemme di evitare l’intesa si scontrerà con la determinazione delle parti a concluderla. La Presidenza Obama ha bisogno di chiudere la partita iraniana su cui cadde la rielezione di Carter decenni addietro. Ha bisogno del risultato per chiudere una partita ultradecennale e richiamare l’Iran nel novero delle nazioni da cui uscì con l’occupazione dell’ambasciata americana a Teheran. Ha bisogno di pacificare il fronte sciita, guardando anche a Hezbollah in Libano, per concentrarsi sulla minaccia dell’estremismo sunnita, quello che colpisce in Iraq, Siria, ora Tunisia. Washington vorrebbe ridisegnare la mappa delle alleanze mediorientali e nel Golfo, ma per questo ha bisogno di un Israele che giochi il gioco. La domanda va posta al probabile prossimo Primo Ministro: se a urne chiuse intenda abbandonare il tono di battaglia a favore della razionalità della mediazione.

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