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24/09/2013
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“Il peggiore. Ascesa e caduta di Massimo D’Alema e della sinistra italiana” di Giuseppe Salvaggiulo (“Chiarelettere” 2013).

Certo non è “Il falò delle vanità” di Tom Wolfe che spappolò “aristocraticamente” gli anni ’80 del liberismo selvaggio e dello “sterco del demonio”,  ma questo è un libro indispensabile per capire come il Paese si sia pressochè autodistrutto.   E tutto ciò attraverso una minuta e documentata biografia di un leader che come Berlusconi, ma forse con più nettezza e responsabilità ha segnato (e forse potrebbe ancora più gravemente segnare) il declino nazionale.

Il punto di fondo di Salvaggiulo come già qualche anno addietro aveva fatto Curzio Maltese  con la Svolta (“…se dovevano cambiare il Paese hanno fallito, ma se l’obiettivo era salvare sé stessi, l’hanno centrato appieno”: almeno fin qui…) consiste nel ricostruire gli eventi attraverso la microstoria di un protagonista: da “Mediaset è un patrimonio per il Paese” già corrivo con Berlusconi, fino al cupo “capotavola è dove mi siedo io”).

Il testo di Salvaggiulo è anche divertente perché “svela” raccordi, concordanze, nature profonde, ma – al tempo stesso – conferma la sensazione di sterilità che da tempo ci avvolge: il “declassamento” dei cittadini (il “poppolo” con due p,  nella versione più becera) a casta largamente maggioritaria ma inferiore e, soprattutto, non detentrice della autentica sovranità che spetta (per ragioni imperscrutabili) ad una casta superiore di professionisti che sono i detentori della sublime cucina della Politica (con la “P” maiuscola…).  Il nocciolo duro d’alemiano è tutto qui e – naturalmente – non c’è da stupirsi che la realtà lo abbia smentito dozzine di volte.  Meno quando si trattava di “gestire” i suoi simili, sistemandoli o allontanandoli nel girone del potere.

Dunque un testo che – involontariamente – finisce per assomigliare più allo scenario ritratto dal transfuga sovietico   Kravchenko che – appunto – alla stordente ironia di Wolfe.  Eppure un testo che spiega il coacervo di complessi di inferiorità che l’impudenza berlusconiana ha trasformato in una vera e proprie subalternità politica: addirittura un ribaltamento rispetto all’egemonismo culturale esercitato così a lungo dalla sinistra (a partire proprio dal “Migliore”, Palmiro Togliatti così attento ai temi culturali) nei confronti della destra.

Ma purtroppo questa è storia anche dell’oggi e non si vede traccia di autocritica – e/o di consapevolezza – nel fatiscente gruppo dirigente del PD.   Il clamoroso fallimento bersaniano prima e dopo le elezioni ne è la prova provata.

Su tutto questo (e su molto altro, inclusi gli anni di “formazione” di un leader) il Libro di Salvaggiulo si pone come un testo universitario: non sempre condiviso, o amato, ma certamente indispensabile.

 

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