il manifesto

metropolis fritz lang
03/10/2012

Un manifesto cosmopolita per l'Italia

Mentre è in corso il tentativo di allontanare l’Italia da quel baratro sul cui ciglio era stata spinta dall’azione concomitante della crisi finanziaria europea e dall’accumulo pluridecennale di mancate, erronee e perfino irresponsabili scelte di Governo, rimane con ogni evidenza carente la riflessione sulle misure necessarie per intraprendere un risanamento che non sia soltanto congiunturale, ma si misuri piuttosto con la fuoriuscita da quel “sonno della ragione” che ha già generato i propri “mostri” e muova in una direzione che non sia soltanto rientro in “sicurezza”, o “manutenzione” dell’esistente, ma sia foriero di prospettive future.

Come è stato autorevolmente ribadito dal Capo dello Stato, ciò richiede con tutta evidenza un preliminare risanamento interno, ma anche e forse soprattutto l’adozione di una dimensione europea della politica che finalmente recepisca l’integrazione regionale continentale non già come vincolo o ancoraggio o utopica fase finale bensì come passo dovuto verso le più ampie forme di regolamento democratico e partecipativo della globalizzazione e dei conflitti anche militari (per non menzionare quelli economici, di ripartizione e approvvigionamento delle risorse anche quelle primarie ed esauribili, e le contrapposizioni culturali e religiose).

Questa svolta richiede – a nostro avviso – un approccio globale su base cosmopolita che altrove è da tempo iniziato, mentre in Italia già un quarto di secolo è andato sprecato, nonostante i chiari e concorrenti segnali giunti dal mutamento epocale di prospettiva legato sia ai fatti del 1989 che all’incalzante procedere della globalizzazione. Non si dimentichi al proposito che da noi quel torno di tempo fu assorbito non solo dall’eclissi della ragione, ma anche dal vuoto dibattito sul localismo federativo con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

L’ugualmente evidente deperimento degli Stati-Nazione (le seconde spesso inventate di sana pianta ed i primi avvizziti prima di giungere a maturazione) non è stato – fino all’attuale crisi - preso in considerazione fino a quando la crisi stessa non vi ha acceso i propri riflettori, mostrando fino a che punto il Re (le politiche nazionali) fosse nudo.

Va da sè che il ritardo ha comportato un cumulo di disagi e sofferenze fino al punto di diventare una catastrofe paragonabile ad una guerra con la perdita (anche se non fisica, certamente morale) di una o due generazioni. L’attuale condizione dei giovani ne è prova in Italia (e non solo in essa). Di più, la plurisecolare vocazione cosmopolita dell’Italia e la capacità degli Italiani di essere lievito e fermento per la civilizzazione comunque ubicata (banalmente: da Leonardo a Matteo Ricci, il “Li Matou” dei Cinesi) si è frantumata e dispersa di fronte all’impossibilità di riformare il proprio stesso Paese.

La finalità di “Cosmopolitaly.net” consiste dunque in primo luogo nel contribuire ad aprire queste vie di riflessione e soprattutto di contestualizzazione a fronte di un divario tra noi ed altre società e Paesi che – pur partendo da livelli materiali indubitabilmente più disagiati e da situazioni culturali apparentemente più arretrate – hanno saputo mantenere o sviluppare caratteristiche di apertura e vitalità purtroppo da noi da troppo tempo eclissatesi.

sono passati due secoli da quando il grande filosofo tedesco Immanuel Kant scrisse il suo saggio sulla “pace perpetua” e la storia universale da un punto di vista cosmopolita. quindi le condizioni oggettive della globalizzazione in termini di comunicazione ma soprattutto in termini di diffusione e mescolanza di valori, aspirazioni e diritti hanno reso le considerazioni di Kant molto rilevanti e applicabili, poichè ad una crisi segue un’altra crisi ( diminuendo così speranze e progetti) mentre le interconnesssioni economiche – e la superfetazione finanziaria – non fanno che amplificarle e renderle sempre meno comprensibili ai milioni di individui che le subiscono e sempre meno gestibili per i pochi che le dovrebbero risolvere.

E’ nozione comunemente accettata (anche se non sufficientemente dibattuta e contrastata) che l’attuale disordine o meglio “dispersione” globale si accompagni – in un sinistro paradosso - con una caduta di efficacia e di prospettiva degli strumenti di regolazione appunto globali: da tutta la panoplia delle Istituzioni universali permanenti (quelle per intenderci raccolte intorno all’ONU quali ad esempio il Fondo Monetario o la Banca Mondiale il WTO e quelle variamente specializzate e/o tematiche) alle aggregazioni regionali come nel caso dell’Unione Europea avvitata nella catalessi seguita agli Accordi di Lisbona per finire con gli esercizi troppo spesso prevalentemente mediatici dei formati di vertice o “informali” (G7, G8, G20 integrati da incontri bilaterali e “conversazioni trans-oceaniche a due/tre/quattro interlocutori appena reduci dall’incontro del “giorno prima” tra Capi di Stato e di Governo).

Certo è che l’archiviazione della frattura Est-Ovest del 1989, la crisi del multilateralismo, i limiti di un regionalismo più chiuso che aperto (esemplare il caso della “Fortezza Europa in cui alle muraglie demografiche vengono ora aggiunte quelle finanziarie), e soprattutto la feroce autotutela della generalità degli Stati nazionali arroccati a difendere ormai soprattutto le proprie classi dirigenti ed i loro interessi spesso soltanto parassitari hanno caratterizzato l’ultimo quarto di secolo.
Altro che “fine della storia”, come da qualcuno incautamente vaticinato. Piuttosto una progressiva cecità che impedisce – in Europa – di vedere come ciò che era già chiaro un cinquantennio fa quando uno dei Padri fondatori – Jean Monnet – dichiarava “Non possiamo fermarci quando attorno a noi il mondo intero è in movimento”.

E lo stesso Presidente Napolitano nel suo attuale intervento ne annota le cifre: un’Europa che nel 1950 pesava per il 20% sulla popolazione mondiale è già sceso sotto il 10% e se l’economia “pesava” per il 30% oggi raggiunge a malapena il 10%.

A tale mutazione – come vedremo – non viene però risposto con un sovrappiù (o semplicemente uno sforzo) di progettualità, né tanto meno con la salvaguardia dei primati europei (che pure esistono come è il caso del “Welfare” o delle stesse istituzioni democratiche), bensì con un’intensificazione delle “terapie” già applicate e – visti i non risultati – palesemente sbagliate, peggio controproducenti. Non solo ma nei confronti dei “molti” il controllo sociale ha pressochè surrogato i diritti partecipativi, arrivando perfino in molti casi a cancellare i doveri di audizione che incombono sui “pochi”. E, naturalmente, questa sorta di “marcia indietro” della storia si accanisce sulle grandi maggioranze dei Paesi sviluppati ed in particolare sulle moltitudini giovanili e le – numericamente maggioritarie – aree arretrate e/o marginali del pianeta.

La direzione di marcia con cui viene affrontata la ormai quinquennale crisi partita nel 2008 dagli Stati Uniti – anzi tra New York e Londra – e ormai saldamente “ricentrata” in Europa, sull’Europa e contro l’Europa appare infatti come un “indietro tutta” rispetto non solo alla riflessione e alle misure adottate all’indomani della Crisi del 1929 (“New Deal” e successiva architettura globale multilaterale post-II Guerra Mondiale dalla Carta di San Francisco in poi), ma addirittura rispetto ad un paio di secoli di pensiero razionale, di lotte e di trasformazioni della società nella prospettiva partecipativa, democratica e dei diritti.

In tal modo, mentre nelle fasi iniziali della crisi l’Europa – proprio in ragione del “welfare” e degli assetti sociali ad esso connessi – appariva meglio attrezzata nella direzione della stabilizzazione prima e della ripresa poi, veniva successivamente individuata come il “ventre molle” da artigliare e ricondurre se non alla “ragione” almeno alla ragionevolezza quale essa viene intesa in questo revisionismo senza fine. Appunto un vero e proprio “indietro tutta” che verosimilmente non potrà evitare l’incagliarsi del vascello comune.

Un esito che potrà essere scongiurato solo se, a partire dalla convergenza di opinioni tra conservatori e progressisti sullo iato crescente tra il disordine globale e gli strumenti multilaterali che dovrebbero regolarlo, si avvierà progressivamente la sostituzione del primato nefasto degli Stati nazionali (quello che nel secolo scorso ha causato due guerre mondiali e centinaia di conflitti solo apparentemente locali) con una duplice iniziativa di rivitalizzazione degli esistenti strumenti sovranazionali (trasformandoli appunto in “internazionali”) e di ampliamento e diffusione di forme ed esperienze di democrazia globale.

Ovvero che i “pochi” diano spazio ai “molti”.

[Immagine di copertina:"Metropolis", Fritz Lang, 1927]