I “molti” in politica

Di Franca Bonichi

Popolo, folle, maggioranze, masse, moltitudini sono alcune parole che ricorrono spesso nel lessico politico contemporaneo. Si tratta di parole che sono anche concetti con una lunga storia alle  spalle,  parole-concetto polisemiche, termini  che spesso si riferiscono indifferentemente sia a comportamenti che ad attori. Un’ambiguità semantica questa che può essere messa in relazione con una difficoltà, probabilmente non solo analitica, a comprendere alcuni fatti ed avvenimenti che sembrano connotare l’esperienza politica contemporanea. Da un lato infatti l’attualità sembra costantemente affermare un indiscusso protagonismo sulla scena politica di leaders ed élites  tanto che la funzione di leadership, soprattutto per opera dei media,  finisce spesso per identificarsi con la politica tout-court. Questa percezione è d’altra parte corroborata dal progressivo intensificarsi di fenomeni attivi già da anni all’interno delle nostre società. Da tempo gli stessi processi di globalizzazione e di differenziazione sociale, i meccanismi della personalizzazione del potere, la funzione omologante prodotta dai media, causano vistosi segni di perdita di identità e di proposta politica in ampi settori sociali che appaiono sempre più configurarsi come ‘massa’, nell’accezione che gli studiosi delle élites  hanno attribuito a questo termine. Al tempo stesso però l’attualità politica attribuisce un rilievo crescente a fenomeni, condotte, avvenimenti in cui sono coinvolte vaste collettività che sembrano svolgere un ruolo sempre più strategico nel conflitto politico, nella definizione dell’agenda, nel suggerire una prospettiva di mutamento.

I primi anni del nuovo millennio hanno visto la presenza di nuovi  movimenti (per la pace, per la tutela dell’ambiente, per la difesa di beni e servizi di pubblica utilità…), la mobilitazioni di intere  comunità locali (per la difesa del  territorio, per il mantenimento di certe strutture produttive, etc), le folle dell’America Latina (in Argentina, in Colombia, in Brasile…), le masse popolari mobilitate dalle jihad islamiche, le popolazioni dei paesi dell’Europa orientale scese in piazza per difendere le regole democratiche. Ancora più recentemente abbiamo visto mobilitarsi le folle tunisine, egiziane, libiche  che hanno posto fine a regimi dittatoriali vecchi di anni. Abbiamo assistito alle proteste nelle maggiori città cinesi, alle  rivolte urbane negli Usa e in Gran Bretagna, ai movimenti degli indignados. Anche all’interno delle democrazie occidentali (ed anche della nostra comunità nazionale) “le collettività” sono divenute   maggiormente visibili in politica. Nei movimenti e nelle manifestazioni di folla che sono ritornati ad occupare la scena politica, attraverso originali forme di partecipazione  rese possibili dall’introduzione delle nuove tecnologie, nelle pratiche di “una politica diffusa” fatta di associazioni, comitati,  raccolte di firme…

 

Le élites  d’altra parte sembrano  riconoscere  la rilevanza di questa tendenza dimostrandosi sempre più consapevoli della necessità di catturare ed incanalare la formidabile energia che questo “incremento di sovranità” potrebbe conferire al potere. Questa esigenza è sempre più visibile nelle pratiche politiche che spesso pagano un tributo non irrilevante ai modi della protesta  populista, che producono una vistosa  personalizzazione del potere, che utilizzano i media e i sondaggi come mezzi di legittimazione extraistituzionale. Si tratta di una rinnovata attenzione alla dimensione collettiva della politica che trova riconoscimento anche nella retorica e nel lessico in cui  sono ricorrenti i richiami al popolo, alla gente, all’opinione pubblica.

Come è fin troppo evidente da questo eterogeneo elenco  (diversi  gli attori, le modalità, i contesti) non è facile individuare i tratti comuni a questi fenomeni. E` impossibile anche non convenire sul fatto che i “segnali” cui si è fatto riferimento descrivano spesso eventi sostanzialmente marginali rispetto ai codici funzionali interni ai sistemi politici (anche quelli delle democrazie occidentali) che continuano invece ad operare prevalentemente secondo strategie “elitiste” di gestione del potere. Non solo, è anche opportuno aggiungere come questa maggiore visibilità assunta dagli attori collettivi contenga un’ambivalenza non facilmente risolvibile. E’ possibile infatti individuarvi una valorizzazione delle istanze di proposta e di partecipazione democratica e allo stesso tempo una importante opportunità per il potere  di legittimarsi secondo modalità estremamente efficaci.

Tutto questo ammesso, sembra comunque innegabile che la visibilità dei “molti” in politica sia  aumentata ed esprima una novità significativa e meritevole di essere indagata. A tal fine, operando un primo tentativo di analisi, potrebbero essere individuate per lo meno tre modalità attraverso cui questa rilevanza  sembra manifestarsi.

“Come partecipazione a manifestazioni e a moti  spontanei  di protesta”. Le folle ormai da alcuni anni sono tornate a riempire le piazze e forse non è un caso se il magazine Time ha eletto persona dell’anno 2011 “the protester”, non un individuo singolo ma una categoria di persone: le donne e gli uomini che in tutto il mondo sono scesi in piazza dando vita ad una molteplicità di movimenti sociali. I primi anni del nuovo millennio hanno visto le piazze e le strade, anche del nostro paese, occupate da folle enormi e variopinte: per la difesa del lavoro, per la pace, contro le scelte dei governi in materia economica e ambientale, per la difesa della scuola e dell’università pubblica, per chiedere risposte alla crisi economica improntate ad una maggior giustizia sociale…Non solo, spesso sono ascese alla ribalta dei media manifestazioni collettive in cui erano coinvolte intere comunità locali come nel caso della protesta in val di Susa contro la Tav, o della mobilitazione contro l’ampliamento della base Usa a Vicenza. E tutto questo per limitarsi solo alla situazione italiana.

Il numero dei partecipanti è balzato spesso in evidenza come tratto distintivo di queste manifestazioni e non solo per evidenziarne la consistenza. Particolarmente significativo a questo proposito risulta essere lo slogan del recente movimento degli indignados («siamo il 99%!») che intende delegittimare le soluzioni ufficiali, per uscire dalla crisi, proprio contrapponendo all’esiguità numerica delle élites finanziarie e politiche  la propria “numerosità”. Una partecipazione tanto più significativa in quanto si manifesta in un’epoca, come quella attuale, fortemente caratterizzata da una espansione delle istituzioni della democrazia rappresentativa e dei mass media che farebbe ritenere superato il ricorso a forme di “azione diretta”, non mediata, come quella espressa dalle folle. Un’attualità invece ampiamente riconosciuta da quanti, come Saskia Sassen, che notano come i conflitti di strada,  fino ad un passato recente sempre complementari rispetto alle forme politiche consolidate, abbiano invece assunto ultimamente un ruolo assolutamente rilevante affidando all’occupazione dello spazio l’espressione più significativa del proprio potere.

In molti casi poi la scarsa presenza di simboli politici, la creatività personale (di slogans, segni, abbigliamento…) dei partecipanti, l’eterogeneità di questi aggregati (diverse generazioni, provenienze sociali, esperienze politiche…), ha  fatto pensare più ad un’adesione personale o di gruppo primario,  ad una  risposta al richiamo di “un passa parola”, piuttosto che alla tradizionale mobilitazione di un partito o di un’organizzazione. Iniziative  quindi che sembrano caratterizzarsi  per l’esistenza di un vincolo politico non sempre esplicito e comunque  difficilmente riconducibile alle appartenenze politiche tradizionali (partiti, associazioni, gruppi…). Non solo, queste forme di partecipazione possono essere ricondotte con difficoltà anche all’appartenenza ad un movimento per lo meno se ci  riferiamo all’intenzionalità dell’azione sociale e ad una identità comune dei membri fondata su una condivisa capacità di concepire un ordine sociale diverso da quello esistente.

Il frequente ripetersi di queste manifestazioni impone una riflessione sull’efficacia dei meccanismi di rappresentanza e di partecipazione democratica attualmente operanti. I “molti” che anche all’interno  di un sistema democratico, decidono di dar vita ad una protesta aggregandosi in modo sostanzialmente spontaneo non possono infatti non interrogare la politica sullo stato di salute degli strumenti istituzionali di partecipazione, sul ruolo dei partiti nella formazione dell’opinione pubblica, sul rischio del diffondersi di una cultura politica che faccia dell’opposizione ai modi e agli uomini della politica ufficiale uno dei suoi tratti più caratterizzanti. È difficile stabile se questa partecipazione, che sembra organizzarsi spesso secondo modelli “fai da te”, possa essere qualificabile come antipolitica. Quello che pare indubitabile  è che come i movimenti, e le altre iniziative di “politica diffusa”, anche queste “folle attive” sembrano attraversare la nostra democrazia senza però produrre cambiamenti di rilievo nelle pratiche e nei meccanismi che la regolano. L’immediatezza degli obiettivi, la fragilità delle aggregazione, la “leggerezza”dell’organizzazione sembrano infatti rimbalzare contro la complessità della politica che appare ignorare sostanzialmente queste istanze. Più che di una sordità intenzionale sembra trattarsi di una difficoltà strutturale, quella di un sistema regolato da un codice funzionale che, per permettere la sua conservazione e la sua riproduzione sempre meno può aprire spazi al dialogo e alla partecipazione democratica. Ecco allora che spesso le azioni dei “molti” non riescono neppure ad  ottenere riconoscimento e legittimazione  e  finiscono quindi  per restare ai margini dell’arena politica.

Questa partecipazione spontanea e diffusa, anche contro le intenzioni dei suoi attori, rischia allora di ridursi ad esperienza “privata” (anche se vissuta insieme agli altri), a sfogo o testimonianza,  senza potersi tradurre in una funzione pubblica di cittadinanza da esercitare secondo le modalità del problem solving e della mediazione.

Assumendo questo punto di vista la visibilità dei “molti” in politica potrebbe allora prendere i connotati che la riflessione sociologica  attribuisce alla “folla”.

“Come moltitudine di subordinati”. Le collettività moderne  vivono problemi planetari (demografici, energetici, economici, sanitari…) e la dimensione di massa della politica contemporanea è resa evidente proprio dalle enormi moltitudini che coinvolge. Non solo, la quantificazione di certi fenomeni, che si esprime in numeri e percentuali, viene sempre più utilizzata come indicatore delle tragiche disuguaglianze che affliggono il nostro mondo. Redditi, consumi, sviluppo demografico, speranze di vita, accesso all’istruzione…si distribuiscono in modo estremamente differenziato tra i “pochi” e i “molti” e questo  anche all’interno delle democrazie occidentali. Tuttavia  il radicale  mutamento nella struttura dei conflitti sociali che, fino ad un passato ancora recente, si caratterizzavano per l’appartenenza di classe, di religione, di famiglia…, rende difficile individuare categorie analitiche in grado di rappresentare  con efficacia questa condizione di asimmetria sociale. Sappiamo anche come questi mutamenti non abbiano però prodotto una società più egualitaria e come la nostra contemporaneità si caratterizzi per nuovi cleavages indotti dai processi di globalizzazione che si trovano ad affiancare le tradizionali disuguaglianze. Bisogna inoltre aggiungere che, se è ragionevolmente possibile ammettere la presenza di nuovi gruppi sociali antagonisti, di nuovi winners e losers,  i connotati sociali e culturali di queste appartenenze non sono sempre facilmente individuabili. Allo stesso modo, anche all’interno di articolazioni territoriali circoscritte come la nostra comunità nazionale, sembra ancora di là da venire una convergenza dei losers su un progetto politico alternativo in grado di  realizzare un mutamento sociale significativo.

In modo forse un po’ riduttivo si potrebbe  allora affermare che il numero (il fatto di essere molti) sembra costituire un tratto comune tra le moltitudini contemporanee dei subalterni  e i gruppi sociali diseredati del passato (ceti, classi, masse popolari). I numeri infatti  evidenziano anche, con la forza dei dati statistici, una situazione generalizzata di deprivazione di risorse e di opportunità (di reddito, di speranze di vita, di consumi, di istruzione…), comune a moltitudini sempre più vaste, cui corrisponde una condizione altrettanto drammatica  di dipendenza, di soggezione, e spesso anche di umiliazione. Condizione di cui l’elemento unificante più significativo, anche se socialmente non sempre  individuabile, sembra  quello di trovarsi dalla stessa parte rispetto ad una linea di frattura che continua ad attraversare anche le società post-industriali,  dividendole tra un “alto” e un “basso”. Una condizione comune che tuttavia  non è sempre facile collocare all’interno delle tradizionali appartenenze sociali soprattutto quando il potere si rende “astratto” nei meccanismi finanziari e nelle logiche di mercato e la condizione di subordinazione si  frantuma all’interno delle società  occidentali, o diventa “invisibile” nel sottosviluppo e nell’emarginazione. Una condizione sociale su cui il pensiero sociologico ha prodotto una elaborazione importante che può essere sintetizzata nel concetto di “massa”.

“Come legittimazione del potere”. Determinante a proposito di questa ultima  modalità è il riferimento ad una crisi di rappresentanza che sembra coinvolgere sempre di più i sistemi democratici contemporanei. Una crisi le cui cause sono certamente molteplici ma le cui  ragioni più profonde vanno probabilmente ricercate in una progressiva perdita di contatto dei sistemi politici con una “sostanza sociale reale” di cui il popolo, la classe, il proletariato costituivano i riferimenti più significativi. Una crisi ancora più evidente nella difficoltà che le istituzioni (ma anche i partiti) incontrano quotidianamente nel rappresentare e ricomporre la costellazione di interessi, bisogni, disagi, paure, che le trasformazioni sociali hanno prodotto. Una crisi di rappresentanza che si configura spesso (ex parte populi) come insofferenza verso una politica sentita come estranea e lontana dai cittadini e che si manifesta attraverso tutta una fenomenologia che va dall’assenteismo e dall’apatia fino alla costituzione di nuove formazioni e nuove modalità di aggregazione e di partecipazione. Ma è una crisi percepita anche ex parte principis, dal momento che ormai da alcuni decenni i detentori del potere, pure all’interno dei sistemi democratici, hanno manifestato l’esigenza  di superare i modi della rappresentanza e della leadership tradizionalmente tipici di un modello di democrazia prevalentemente procedurale (secondo la famosa definizione “minima” proposta da Norberto Bobbio), dando vita ad un rapporto diretto con l’elettorato, cercando di sondarne gli umori, tentando di conquistarne i  favori col ricorso ad una decisa personalizzazione del  potere. D’altra parte è l’ ingresso delle masse popolari all’interno dei sistemi politici, da cui in passato erano state escluse a determinare una  progressiva assunzione da parte della maggioranza della popolazione di un ruolo di attore istituzionale che tradizionalmente era stato appannaggio delle élites. In questo ambito può quindi non risultare improprio utilizzare il riferimento al termine “maggioranza” per evidenziare alcuni fenomeni che sottolineano la rilevanza che il “numero” può assumere  in politica. Ecco allora che  le masse popolari  possono diventare interlocutori privilegiati del leader, massa d’urto da mobilitare nella pratica politica dei regimi totalitari. In altri contesti invece  la maggioranza  può perdere il  riferimento a concrete collettività, ridursi a procedura e “il principio della maggioranza” diventare il tratto distintivo della democrazia moderna, la fonte principale della sua legittimazione. Infine nelle nostre società post-moderne la maggioranza può ancora essere identificata con l’opinione della gente, oggetto di sondaggi e rilevazioni costanti, riprodotta attraverso i media, riferimento sempre più esclusivo del potere e suo autoreferente principio di legittimazione.

E, a questo punto non resta che interrogarsi sulle reali possibilità di partecipazione che si prospettano per i “molti” in politica e sul ruolo che la stessa politica, e soprattutto quella delle democrazie, riserva alla collettività dei cittadini in un momento come quello attuale in cui i tradizionali strumenti di rappresentanza sembrano aver perso, per lo meno in parte, la loro efficacia.

 

Tenendo infine ben presente che questo nodo della democrazia interna costituisce una pre-condizione di ogni possibile discorso sul radicamento di una prospettiva cosmopolita e di ricerca della democrazia globale.