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26/09/2013
leopardi

Giacomo Leopardi “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani” 1824

Giacomo Leopardi “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani” 1824, prima pubblicazione 1906, per Feltrinelli Classici 1991 con prefazione di Salvatore Veca e cura di Maurizio Moncagatta.

Certo non è fresco di scaffale ma, considerati gli oltre ottant’anni che intercorsero tra la scrittura e la prima pubblicazione, gli ulteriori cento sono il tempo giusto di decantazione.   Senza contare che “l’han giurato, li ho visti…” ecc ecc. replicato ieri in una sala parlamentare dai “berluscones” prostrati ai piedi del Capo (ferito ed umiliato, ma non domo) che – incuranti del mandato ricevuto dal corpo elettorale – hanno dichiarato di voler dimettersi nell’attimo stesso della decadenza dal Senato del medesimo.

Riti antichi, questi, assai moderne le considerazioni di Leopardi: tra le più utili per comprendere l’affievolito rapporto con la realtà che costoro hanno a fronte della dolente lucidità con cui Leopardi si trovò ad affrontare la gretta ed oscura atmosfera della Restaurazione post-napoleonica e soprattutto (già…) post-illuminista.    Ma Leopardi – lucido ed empatico ad oltranza – ci offre ancor oggi in quello smilzo volumetto più chiavi interpretative  di come l’Italia sia entrata (bendata…) nel terzo millennio e come ancora annaspi senza visibile via d’uscita.

L’“horror vacui” nazionale, il rifiuto innato all’introspezione, l’irrazionalità e la fuga dalle responsabilità ci sono tutte.  Con i loro ridicoli, piccoli, dettagli quotidiani inclusa l’incapacità di “esser seri” (almeno quando la situazione è seria).  In breve un “De profundis” mai malevolo a tutte le patrie retoriche: per questo il suo testo convince più di un film “di maniera” come il celebrato “La grande bellezza”.       Più utile il film ormai televisivo con cui Bruno Ganz nei panni di Hitler (“La caduta, Gli ultimi giorni di Hitler” di Hirschbiegel”) descrive la febbricitante atmosfera del bunker berlinese ormai circondato dai Russi non più aggrediti bensì vincitori.     Qui ritroviamo tutti gli elementi del giuramento PDL di ieri: gli ultimi piccoli tradimenti, ma soprattutto i suicidi non tanto per fedeltà “perinde ac cadaver” quanto per l’incapacità di immaginare un futuro “senza nazional-socialismo”.  Esattamente la febbre che travaglia la Santanche.   In breve, mentre Leopardi rassicura che il pensiero, soprattutto quello che si comunica nella socialità umana, “non fa male”, Hitler-Ganz trascina nel suo ulceroso distacco dalla realtà i suoi “ultimi fedeli”.

Fortunatamente è dubbio che la frenesia malata del giuramento possa a lungo conciliarsi con la leggerezza italica così ben descritta dal nostro Leopardi.

 

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