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25/10/2012

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Il 1976 fu per Cina un “anno maledetto”, un anno in cui massici e tragici avvenimenti accompagnarono la fine di un’era: il quarto di secolo (iniziato il 1 ottobre del 1949 con la proclamazione della Repubblica Popolare cinese con Mao nella tenuta militare della Lunga Marcia sulla tribuna di Tien an Men”) si chiudeva con la morte fisica del Presidente.

A luglio il terremoto di Tangshan aveva ucciso oltre 250 mila persone, ad aprile la commemorazione di Zhou Enlai (a sua volta morto a gennaio, il primo – ed il più affascinante – dei fondatori della nuova Cina e scomparire) apriva la via a moti studenteschi ed operai che reclamavano un “nuovo” di segno diverso e su quella stessa piazza sarebbero stati liquidati nel 1989.   I segni del Cielo – secondo la tradizione cinese – si erano assemblati in una miscela, tanto inspiegabile quanto reale, e questo è quello che si annuncia sulla piccola “scala” italiana.

I trecento morti del terremoto dell’Aquila sono tornati alla ribalta con la sentenza che condanna gli scienziati  “colpevoli” di non aver dato corso a misure di evacuazione a fronte di segnali che potevano essere letti come anticipatori di una catastrofe.   Certamente va ricordato che ancora in Cina un altro maggiore terremoto (il 4 febbraio 1975) non ebbe praticamente  perdite umane perché preceduto da una evacuazione di circa un milione di persone: esattamente ciò che fu escluso in Italia.      Ma, secondo quanto oggi risulta da cronache ormai pubbliche, non fu tanto la previsione scientifica quanto la sottostima “politica” dell’allora “zar”  della Protezione civile (un ex medico di Cooperazione consacrato dai “fasti” del Giubileo)  a determinare il fallace e forse opportunistico ottimismo.  In più la lettura cinese dei fenomeni si arricchisce da sempre con segnali forse inudibili in Italia: animali in preda a comportamenti anomali, tipicamente i serpenti che escono dalla terra e salgono sugli alberi, eccetera eccetera.    E, da noi, come ben noto scarseggiano i serpenti…

La notizia del giorno è la dichiarazione – più o meno uffficiale – di pre-chiusura del ventennio berlusconiano: il patriarca della “nuova” Italia  – o l’artefice dell’attuale catastrofe secondo un’altra lettura – ha infatti annunciato di non concorrere più per un ruolo elettorale  riservandosi un ruolo di influenza “dietro le scene”.   Facile dire oggi che, se di questo  si fosse accontentato invece di inventare un’operazione mediatica senza precedenti, avrebbe risparmiato al Paese  molte disavventure e, soprattutto, una involuzione dalla quale si stenta ad uscire nonostante sforzi di fantasia politica che non riescono a mascherare  un vuoto propositivo ugualmente senza precedenti.

Terremoti, responsabilità, previsioni. Il nuovo non avanza ma il vecchio è davvero morto.

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