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19/07/2016

Flash | “SALO’-SADE” TURCA

Salo2

 

“Salò o le 120 giornate di Sodoma” è un film postumo (uscito dopo il suo assassinio all’Idroscalo di Ostia) di Pierpaolo Pasolini presentato a Parigi il 22 novembre 1975.  Dunque più di quarant’anni fa, eppure mai così attuale come in questi mesi, settimane, giorni.

 

Nel film – per chi non lo avesse visto allora… o successivamente – Pasolini conclude la sua “trilogia della morte” e, di fatto, illlustra da artista temi che sul piano teorico andava esponendo Michel Foucault con l’introduzione della psicopolitica.   E cioè la nostra realtà dell’oggi allorchè un megalomane con i capelli arancioni (che in natura non esistono…) potrebbe diventare Presidente della maggiore – forse ancora unica – Superpotenza.  Quindi condizionare il nostro futuro.

 

Ma la ragione per cui i fatti degli ultimi giorni in Turchia ci hanno richiamato alla memoria questo capolavoro consiste nel nocciolo stesso dell’opera: il nesso tra i corpi umani la violenza ed il flusso irrazionale ed autodistruttivo che la anima in un delirio in cui non hanno spazio né i valori (quella “coscienza”) a cui si appella lo stesso Papa Francesco come “clausola di salvaguardia” di tutto, perfino dei precetti della dottrina.

 

Le immagini dei corpi nudi (già puniti e spogliati della dignità umana) delle reclute coinvolte nel mini-golpe anti-Sultano Erdogan (o pro-Sultano…) non sono solo contrarie ai celebrati “diritti umani “ e neppure si limiterà a questo il possibile ripristino della pena di morte che prelude ad una sadica ecatombe (dato il numero degli arresti già effettuati a migliaia in una inestinguibile  sete di vendetta)… di più tradiscono una visione del personaggio del tutto simile al sadismo irrazionale che dominò la mortuaria esperienza della Repubblichetta fantoccio dell’ultimo Mussolini.       Accade quando l’autocrate confonde la sua fine (o il suo successo personale) con quello dei disgraziati (spesso un intero popolo) sottoposti alla sua “illuminata” guida.    E da qui nasce anche il sintomatico linguaggio dell’”infezione”, del “virus” da debellare e via farneticando dietro i propri (o collettivi…) fantasmi.

 

Ma comunque vada a finire – magari imbellettandosi di un pizzico di “politically correct” – la vicenda non è isolata.  Il ricordo torna ai più orrendi crimini dell’ISIS come il rogo in gabbia e in diretta mediatica del pilota militare giordano…La matrice è la stessa e la conosciamo – storicamente – anche in Occidente.   Dal supplizio dell’attentatore al Re di Francia, Ravaillac, protratto pubblicamente per giorni fino allo squartamento finale fino agli interi secoli in cui a “promuovere” le conversioni con la ruota fu Santa Romana Chiesa.

 

Si da però il caso che, ove questa deriva passasse la “Guerra globale a rate” di cui parla Bergoglio, si generalizzerà e perderà i caratteri “artigianali” dell’attuale terrorismo: trascinando migliaia, forse milioni di esseri umani.   E non basteranno agli “Happy Few” i rifugi anti-atomici approntati negli “anni felici” della Guerra Fredda.   Questa è la posta in gioco, non un barcone in più o in meno di sventurati da accogliere (come pensiamo noi) o da affondare (come pensano molti altri…).

 

Se così fosco è lo scenario, la “melina” diplomatica risulta – magari obbligata – ma del tutto incongrua.  Infatti faceva sorridere un commento di qualche giorno fa sulla “democrazia che aiuta la stabilità”.  Peccato che entrambe vivano una eclissi che ci richiama ai secoli bui. Con buona pace di chi ancora si affida ai precetti di Monsieur De LaPalisse (quello che cinque minuti prima di morire era ancora…vivo).

 

D’altro canto come paradossalmente ci ha aiutato a capire la “Brexit” le crisi (come quella europea che durava da decenni) non si coprono, ma si affrontano.  Volenti o nolenti.

 

E così dovrà essere per quella turca (fin qui coperta dal “pudore” tedesco): magari confidando che anche le “giornate di Sodoma” furono soltanto 120…  Oppure opponendo alle fosche memorie ottomane il rassicurante epilogo di un altro film (“Fuga di mezzanotte di Alan Parker del 1977) in cui le orride memorie del carcere turco svaniscono sulla pista dell’aereoporto quando i motori del’aereo rombano verso il ritorno alla “civiltà”.

 

Già, ma avendo visitato Istambul diverse volte negli ultimi anni ed avendo esplorato la “Casa dell’amore” del Nobel Pamuk , uno si domanda dove siano i confini della “civiltà”.     O, fuor di metafora, come si possa continuare a vivere in una così evidentemente suicidaria e generalizzata realtà.

 

Non solo turca.

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