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29/08/2017

Flash | L’”APARTHEID” UNIVERSALE

Niger

“… i meccanismi che hanno portato all’edificazione di un “apartheid universale” non hanno potuto impedire all’umanità di esprimere una tendenza oggettiva (sia pure nella sola forma consentita alla specie, in quelle condizioni, ovvero la riproduzione) che preme per una trasformazione globale. Razionale ed equa. Impedirla, sarà sempre meno facile”.

 

Così scrivevo (con giovanile ottimismo) sul mensile “teorico” “Politica ed Economia” sponsorizzato dall’allora Partito Comunista (quello arci-citato di Berlinguer…) trattando di quello che oggi è il tema del giorno e che – allora – non soltanto era già facilmente intellegibile, ma anche suscettibile di tendenze gestibili, cooperative e – soprattutto – possibili.    Si era infatti nel remotissimo 1989, quando il pianeta pareva aprirsi alla cooperazione internazionale.  A partire dai fatti e dai dati oggettivi: quelli demografici (il Nord incartapecorito ed il Sud ricco solo di braccia) quelli politici e – perché no? – quelli morali.

 

Prevalse un’altra via: la cancellazione totale del tema della cooperazione internazionale (e a fortiori avvennero la cancellazione del nodo Nord-Sud del mondo e l’assorbimento dell’Est sul modello della riunificazione tedesca…): e la pietanza venne condita con conflitti locali (più o meno pilotati…) fino alla  inverazione della teoria dello “scontro di civiltà” (altro che… “fine della storia”….) fino all’attuale “età della collera” e trionfo dell’irrazionalità.

 

Il che – sia detto tra parentesi – legittima pienamente sia la depressione che l’angoscia globali come pure la purulente fine dei “valori” umani nonché la sensazione di essere sull’orlo dell’abisso e – perché no? – non lontani dall’autodistruzione della nostra specie. Scusate se è poco…

 

 

Per qualcuno tutto ciò (inclusa la pregressa inerzia di fonte a dati visibili ma ignorati da un trentennio) viene vissuto come un’insensata allegria di naufragi.

Esempi. Oggi (all’indomani del ridicolo “vertice quadrilaterale plus” di Parigi sull’anti-immigrazione) invece di notare la “morte dell’Europa” cannibalizzata da quattro “mamozi” nazionali più marionette africane, si gioisce in Italia per i “corridoi” africani sempre più stretti. E peccato che la strage si sia solo “spostata” a Sud.     Non solo una sagra dell’ipocrisia (tipo: “aiutiamoli a casa loro”) ma addirittura un fenomeno auto-allucinatorio (“dalla paura, nuova energia” del sempre più senile Scalfari). E’ questo il clima (che non possiamo definire “culturale”) con il quale si plaude nel nostro Paese al “conseguenziale” Ministro Minniti vero e proprio “uomo forte” della risposta italiana alla catastrofe e alla completa cecità di fronte ai problemi di cui siamo punta oggettiva.

 

Abbiamo qui di fronte una parabola in cui dietro l’uomo si cela l’intero fallimento di un progetto politico che pure (un trentennio addietro…) aveva avuto una sua dignità.  Peraltro il Minniti non fa che adattare all’oggi la vuota politica del famigerato D’Alema.  Colui che non solo polverizzò l’ipotesi riformista in Italia, ma si consegnò alla storia per un tardivo e servile allineamento ultra-atlantico, accompagnato da una inverosimile politica interna (dalle “privatizzazioni”, all’impulso al bingo e alla ludopatia fino alla revisione dello storico controllo sull’Arma dei carabinieri).   Non c’è dunque da stupirsi dell’apprezzamento che le destre riservano al suo tardivo emulo e già sodale.

 

Ma queste sono minuzie di fronte al quadro complessivo (che purtroppo ci vede oggettivamente in una della prime linee) caratterizzato non soltanto dal caos globale ma anche dal fallimento di una globalizzazione che ha giovato soltanto ad una sorta di neo-feudalesimo delle grosse compagnie multinazionali.   Delle quali i cadaverici Stati “nazionali” si limitano ad essere i taglieggiatori più che i regolatori.

 

Infine – a conferma dei mesi difficili che ci attendono – l’ennesima verifica dell’inesistenza (sì: inesistenza) in Italia di una classe dirigente (e di una partecipazione…) degna di questo nome. Le catastrofi naturali si accompagnano ad una – più che inerzia – cecità delle strutture pubbliche e private.  A queste si affianca un’asfissia di reale dibattito e perfino di conoscenza della realtà.    E permetteteci di dubitare che il “massaggio” dalla parte del pelo porti ad una qualche consapevolezza commisurata più che ai tempi, ai ritardi accumulati ed insoluti.

 

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