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02/01/2017

Flash | ISTANBUL, BAGDAD: L’IS FA GLI AUGURI

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Evidentemente abbiamo fatto male a chiederci che ne fosse dell’”Islamic State” (IS) in apparenza quanto meno bloccato nella sua espansione territoriale, transfrontaliera, su vari teatri del Medio e Vicino Oriente.    Dopo Berlino – il cui “sigillo” poteva essere incerto e comunque riferibile ad un ”lupo solitario” – la strage di Capodanno ad Istanbul e l’auto bomba di oggi a Bagdad riconfermano che la capacità omicida e comunque di offesa su scala militare non appartengono solo agli Stati territoriali ma anche a strutture fluide come appunto l’IS.

 

39 vittime sul Bosforo e 25 nella sempre martoriata Bagdad riconfermano che il monopolio della guerra non è definitivamente più nelle sole mani delle élites statuali ma può essere contestato da altre forze organizzate e soprattutto sorrette non solo da risorse economiche ma da un “corpus” ideologico-culturale (ebbene sì….).   Del resto è nostra diretta esperienza (avendo speso poco meno che un quinquennio in Indonesia cioè nel più popoloso Paese a stragrande maggioranza islamica) che il “Califfato islamico” ovvero il nerbo dello “Stato islamico” non è una fantasia bensì un’ipotesi politico-religiosa non più infondata dell’Europa carolingia….

 

In questo senso e nonostante le modalità della violenza esercitata, perfino l’etichettare i sanguinosi eventi degli ultimi anni come “terrorismo” e pertanto a circoscriverli in un’area di diversità ed estraneità, condanna ad una relativa impotenza e, comunque, non avvicina alcuna soluzione definitiva.

 

Viceversa sembra a noi che le acrobazie statuali armate e al tempo stesso circoscritte a “teatri” sempre meno remoti contribuiscano a mantenere un’atmosfera di perenne e sempre più grave insicurezza.    Analogamente, ci sembra che l’affrettata condanna della globalizzazione e la patetica difesa degli Stati nazionali non abbiano altro risultato che innescare una sorta di caccia del gatto al topo.   Con i risultati prevedibili…

 

Il punto problematico che sarà all’ordine del giorno del 2017  non potrà che essere quello di verificare se la regolazione della globalizzazione è ancora un tema viabile ovvero se lo smantellamento di tutte le forme ed istituzioni di cooperazione internazionale incautamente realizzato (anche a “colpi” di guerre dirette e/o per procura) da almeno un decennio possa essere arrestato ed invertito.

 

L’uscita di scena dell’opaco Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon è certamente un evento positivo anche se la successione al portoghese Guterres non sembra proprio rivoluzionaria ma piuttosto routinaria.   E certamente il cambio di marcia – anzi di direzione – non verrà a fine gennaio dal “Vertice” annuale di Davos…  Anzi c’è da domandarsi di che chiacchiereranno.

 

Il punto finale, la “bottom line” – sembra a noi – consiste nel fatto che l’opinione pubblica globale (ai più vari livelli di consapevolezza e/o responsabilità, anzi gli uni in relazione inversa agli altri…) stia affondando in una diffusa sensazione di essere entrati in un mortale “cul de sac”.    Forse senza ritorno, almeno per le nostre generazioni.

 

E permetteteci di dubitare che le “soluzioni” siano la Brexit, o l’eclissi del progetto europeo, ovvero l’elezione di un personaggio-emblema come lo statunitense Donald Trump, ovvero infine il controllo militare delle migrazioni planetarie…  Migrazioni che erano prevedibili (e da qualcuno previste…) poco meno che mezzo secolo fa.   Eppure nulla fu fatto se non speculare sugli squilibri e le motivazioni delle medesime…  E, come si usa dire, ora “il danno è fatto”.

 

Scusate il pessimismo di Capodanno.

 

 

 

 

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