Flash

05/12/2016

Flash | IL PALLONE SGONFIATO

viva la costituzione

Confessiamo: la mattina elettorale era cominciata di buon’ora per noi con la scheda (e la matita spuntata e con il trucco del voto apparentemente invisibile) in un’aula del nostro vecchio liceo (il “Giulio Cesare” di Roma, quello di Venditti…).   Quasi la facevamo a pezzi la scheda per marcare il più sonoro dei “no”.   E intanto ci risuonava nell’orecchio l’affermazione dell’avvocato di Casa Agnelli, Franzo Grande Stevens.  “Non appoggerò un aspirante dittatore” (più o meno…) e così, confortati da un signore difficilmente etichettabile come  “sovversivo”, fischiettavamo preoccupati ma anche rassegnati e scaramanticamente ottimisti.

 

Poi – sorpresa – nella clandestina mattinata domenicale – la televisione di Stato (anzi di Renzi e co.) mandava in onda una intervista che tutto il mondo avrebbe potuto comprare.   Era del nostro amico Gianni Minà.  Ed era l’ultima di Fidel Castro: non più comandante, ma anziano, anzianissimo testimone della seconda metà del secolo scorso e nello scorcio di questo millennio.   Una testimonianza passata ad un vecchio amico, franca, onesta come rilasciata grazie a quella lucina che (dice Fidel citando l’amico pittore ecuadoregno Guayasamin) dovrebbe seguire – accesa – dopo la morte fisica.    E, ancora una volta, le parole, i ricordi, gli auspici erano commisurati alla gravità del momento.   Il nostro… dei sopravvissuti, non suo.

 

E, naturalmente, il principale protagonista della conversazione era quel Papa Francesco che – solo – sembra pubblicamente esprimere la gravità della fase che ci accingiamo a percorrere.  Volenti o nolenti.

 

Nel frattempo accadeva l’imprevisto: i votanti italiani si moltiplicavano facendo ancor più pensare ad una affermazione del “sì”.   Incessantemente bombardato a colpi di garbate ma ultimative menzogne.   E invece no: forse inebriati dai proclami dell’”accozzaglia del “no” (Renzi dixit) e – speriamo – dalle argomentazioni dei giuristi refrattari al regime, i cittadini proclamavano il proprio diritto al voto e ai diritti costituzionali.   Semplice, pulito ed inaspettato.

 

Un vero e proprio ”KO”… tale da restituirci un po’ di fiducia e da far disdire i programmi di espatrio del venerando Berlusconi.   E anche dei nostri…

 

Il resto – a fronte di quel 60 a 40 – lo si è visto.   Ma lo si poteva anche immaginare.

 

Nell’ordine: sceneggiata del “Premier” di Rignano sull’Arno, già boyscout e portaborse del PD cattolico poi “scoutato” da Sergio Marchionne e Carlo De Benedetti ed “intronato” da Giorgio Napolitano, con acclusa consorte: lacrimucce e voce tremolante, commossi “viva l’Italia” ed altra paccottiglia retorica.   Mancava solo il cane.  Ma forse non ce l’hanno…

 

Intanto partiva il solito valzer all’italiana.   Il Presidente Mattarella (che tiene istituzionalmente i cordoni della giostra) diventava nelle parole dei superstiti alla catastrofe (o aspiranti tali…) uno statuario eroe della democrazia.   Le teste cominciavano a girare, i candidati – a tutto – anche…  Il tutto in quella che è stata definita una –imprevista – gimkana.

 

La finanziaria, il Governo elettorale, o di “scopo”, o tecnico.  E Renzi con il suo normalizzato PD, che se terrà o lo caccerà?   (insomma un caos che – in fondo – riguarda solo la nomenklatura.

 

Il che significa che è già cominciato lo spegnimento dell’incendio democratico.   I cittadini votanti hanno parlato forte e chiaro… ora si tratta di cancellare la loro esplicita indicazione di non “poterne più”.    Non potere più di che?   Una “classe” politica inetta, totalmente inetta (e per lo più corrotta) dalle città, alle Regioni, al Governo centrale…  In fondo la “trovata” renziana partiva da questa constatazione e piuttosto che cambiare, tentava un “maquillage” senza precedenti, un’indigestione di botulino estetico.   Peccato che gli Italiani – confrontati con una crisi che si aggrava giorno per giorno ed in un contesto globale a dir poco preoccupante – non abbiano “abboccato” ed abbiano colto l’”occasione” per lanciare il loro grido e – di fatto – attaccamento alla Costituzione come argine di tutela e rappresentanza.

 

Altro che  “impaccio” per (fantomatici) investimenti esteri….

 

Ma di questo ben poco si parla preferendo concentrare l’attenzione su questioni interne alla politica “politicante”.   Il risultato è l’autoinganno che ha condotto Renzi al “Game Over” (parole del suo nemico Brunetta…) di ieri sera.    Lasciamocelo.  Tenendo però bene in testa che una battaglia vinta non è ancora una guerra vinta.   Anzi potrebbe essere il preludio ad una più complessiva e definitiva sconfitta.

 

 

 

 

 

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