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14/10/2016

Flash | IL MISTERO BUFFO DI MR TAMBURINE MAN

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“Talento e gusto”: da oltre due secoli queste due sole parole racchiudono il motto dell’Accademia di Svezia incaricata di designare ogni anno il vincitore – tra gli altri – del vincitore del Premio Nobel per la letteratura.

 

Due parole, due valori che oggi sembrano spariti dal nostro orizzonte con le conseguenze – che lo sappiamo o no – immaginabili non solo sul nostro umore, ma sulla nostra stessa vita e sulle sue prospettive, ammesso che le abbia.  Così la giornata di ieri, pur ammantata della tristezza per la morte del “nostro” ultimo Nobel – il negletto Dario Fo – ci ha consegnato un “break” (un prezioso intervallo…) nel tedio e disgusto quotidiano per la vita pubblica nel nostro Paese.

 

Lo sapesse il chimico industriale Alfred Nobel (che divenne ricco alla fine dell’Ottocento aiutando i popoli e soprattutto i loro Governi ad ammazzarsi reciprocamente su larga scala inventando la dinamite ed altri mezzi di uccisione di massa e tentò infine di riscattarsi devolvendo le sue ricchezze alla promozione e al riconoscimento del meglio dell’umanità…) non potrebbe che rallegrarsi della sua “conversione”.  E molte altre volte gli sarebbe capitato… e sia pure tra errori e contestazioni.

 

Viceversa proprio ieri la nostra tristezza per Fo e stata bilanciata in una singolare coincidenza con l’intelligente decisione dell’Accademia di assegnare – ormai lo sapete tutti – a Bob Dylan il Premio per – udite udite – la letteratura. Perché tale è stata considerata la lirica espressa dalle sue canzoni.  E tale noi la consideriamo perché che altro è la poesia se non evocazione struggimento pensiero.   Il fine politico era evidente e lodevole: segnalare che l’America (meglio gli Stati Uniti) non sono – o non sono stati – solo quella sentina di vizi e miserie incarnata dall’attuale contesa presidenziale (perfino peggio di quelle immonde serie che attraggono morbosamente tipo “House of Cards” e co) ma anche mito, segnale e spia di un mondo – che pure esiste – in cui gli umani non sono solo violenza e corruzione morale, ma anche aspirazione, amore, socialità e chi più ne ha più ne metta….

 

Che la critica professionale statunitense si sia stizzita del mancato riconoscimento ai propri “santoni” più ortodossi (e ne avevano…) non stupisce ma delude perché da Stoccolma è venuto un formidabile “asssist” in un momento in cui Washington sta smontando non solo la propria immagine ma perfino la propria dignità.   Per se è volgarmente  vero che – come si dice – “il pesce puzza dalla testa” le elezioni presidenziali vanno al di sotto del minimo di credibilità.  Altro che: “comprereste una macchina da quest’uomo, da questa donna?”.

 

Tanto per essere chiari: se lo facessimo (e lo facciamo ormai spesso…) noi Italiani verrebbe attribuito ad un vezzo storico-caratteriale (da Nerone a Papa Borgia, passando per Cagliostro e poi giù giù fino all’attualità…) ma inscenato dai cugini protestanti e riformati fa spavento…

 

Viceversa Dylan e Fo – ancorchè uno vivo e l’altro appena morto – sono due facce della stessa medaglia ed entrambi – al solo pensarci – ci rassicurano, intenerendoci emotivamente ed intellettualmente.   Entrambi pur assai visibili, non presenzialisti e – quando sopra le righe – con mille scuse ed ironia.  Francamente un’arte sotto tono (anche l’urlato Fo) ma sempre capace di unire il senso e le emozioni.  Entrambi (nonostante una certa differenza d’età…) espressioni di un’epoca a suo modo magica.  Ancora caratterizzata da speranze e quando le ferite della seconda Guerra mondiale sembravano cauterizzate di qua e di là dell’Atlantico e perfino nel vasto mondo che tentava di uscire definitivamente dal colonialismo  (per ricadervi in buona parte con la globalizzazione finanziaria e le crisi planetarie).

 

Certo intimista uno, pubblico l’altro, ma tutti e due magistrali interpreti di due “corde buone” e, al tempo stesso, vicine accessibili a tutti.

 

Fo lo ricordiamo negli anni ’70 nel “Mistero Buffo” e in “Morte accidentale di un anarchico” quando aprì un teatro popolare nel sobborgo ultrapopolare del Quarticciolo  e si toccava con mano che sarebbe esistita una via diametralmente opposta a quella di Mafia Capitale e dintorni.  E Fo andava da quella parte, non da quella miserrima del mediatismo berlusconiano.

 

Più sfumato il ricordo diretto di Dylan e da subito ci apparve come un sogno ascoltandolo alla metà degli anni ’80 in un palazzetto dello sport di Tokio.. e c’era già un sentore di nostalgia, di tempo perduto e di quella cesura avvenuta già alla fine degli anni ’70 e mai più rimarginata.   Praticamente in tutto il mondo.    Il mondo si era aperto e si era già richiuso.

 

Non per chi crede che i morti e i vivi coesistano e anzi siano tutta una “pappa”: c’è quella buona e quella cattiva. Basta saper – e poter – scegliere.

 

 

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