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04/04/2018

Flash | IL BARBIERE E IL QUIRINALE

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Questa mattina, passato il moscio interludio pasquale, si stava cercando di sintonizzarsi con l’ansia della nomenklatura – vecchia e nuova – per l’apertura delle consultazioni al Quirinale, anzi della “stagione” (dati i tempi previsti…) che il Presidente della Repubblica dedicherà a rappezzare i cocci di una stagione assai infelice della politica italiana culminata con una legge elettorale più che scriteriata, “maligna”.    Insomma a tutto volta tranne che al bene (o al “meno peggio” collettivo).

 

Nello sforzo di calarsi nell’atmosfera e nel lavoro degli aruspici (vedasi) siamo capitati nella trasmissione, Agorà, che – bontà sua – documenta chi siamo e dove siamo (compito lodevole…). Ci aspettavamo la solita indigestione di protagonisti (minori) e di commentatori (maggiori…) ed invece ci è toccato stropicciarci gli occhi ripetutamente e, poi, chiedere a noi stessi: “sogno o son desto?.

 

Dopo aver optato per il faticoso, definitivo (quasi…) risveglio abbiamo capito chi era il protagonista di turno chiamato al capezzale della Repubblica.   Ebbene sì era il nostro pluridecennale amico (e sodale maestro) Piero…  Piero chi?    Ebbene uno dei più – giustamente – reputati barbieri della Capitale.  Insomma uno che non deve ringraziare nessuno per fama e successo, bensì sé stesso e, se mai, il suo antico maestro elegantissimo e burberissimo, Peppino.

 

E dunque, incredibilmente per almeno una decina di minuti (e senza interruzione alcuna) Piero ha adempiuto alla richiesta “informativa” offerta all’attenzione di qualche milione di telespettatori italiani.

 

Così, appunto appena svegli dopo l’intermezzo pasquale e rinfrancati dall’idea di sentire qualcosa di fresco e magari stimolante, abbiamo alzato il volume: liberi finalmente dalla solita querula sfilata di recitatori più o meno maldestri, più o meno inutili, ma tutti arroganti.

 

E Piero se la è cavata – come si dice – alla grande – prima di tutto ha detto quello che ci aspettavamo e che – arrivati a questo punto di impasse nazionale – tutti sappiamo e/o sentiamo: la matassa imbrogliata è nelle mani dell’austero cattolico del Quirinale.   Insomma è al Presidente che tocca trovare una via di uscita.    E, d’altro canto, sta lì per questo.

 

Nessun accenno è stato fatto al gioco dell’oca del “chi ha vinto e chi ha perso”, o di quanti mesi ci aspettano (e ci spettano secondo il “precedente” tedesco dei … sei mesi) né tanto meno  nessuna manifestazione di preferenza e/o di ripulsa per le “forze” della politica, più o meno istituzionale.   Piero aveva altro per la testa e si concentrava sui temi della maturità, quella individuale e quella collettiva del Paese.    E così abbiamo potuto ascoltare finalmente concetti concreti e fuori della corale divagazione in corso di immobile accelerazione.

 

Si parlava dei vecchi e dei giovani, dei maestri e degli allievi, dell’intersecarsi dialettico ma positivo delle generazioni. Insomma le mille miglia lontano dalla frenesia adulatoria che ha permesso al giovane De Maio di lanciare il proprio auto-incensamento (più melenso ma perfettamente identico all’odiosa burbanza del fu – politicamente – Matteo Renzi).   Sterminati spazi audiovisivi destinati non già ai problemi nazionali (quelli marciti prima di arrivare all’età adulta) ma a contese paragonabili solo alle cronache umane (si fa per dire…) di una Maria De Filippi (una per tutti….).

 

Ed è per questa ragione che il “diversivo” giornalistico ha assunto il valore delle epifanie che si realizzano ogni volta che le telecamere entrano nei mercati rionali (o nei circoli) dove parla la gente normale, soprattutto poveri ed anziani, e spiega cosa non va e perché sta male.

 

Dopo l’insulso minuetto dei giorni scorsi e la prospettiva di doverne fare un’ulteriore scorpacciata ci ha convinti che “la vita continua” e poi: che del difficile ritorno di Berlusconi (o della sua impietosa auto-maschera) non ce ne frega nulla.  Ma neppure delle smodate ambizioni (pompate da chi?) di un incolto giovanotto meridionale.  Né tantomeno delle rodomontate del già padano “servitore del popolo” Salvini.    E figurarsi dell’auto-esilio del rabbioso ex giovanotto di Rignano sull’Arno.  Men che meno seguire quelli che fingono di credere (i “media”) che i nostri destini dipendano da quelli che siamo stati costretti ad eleggere in un “ersatz” di democrazia e di partecipazione.

 

E’ terribile constatare che il genio italico si sia ridotto ad inventarsi un Macron de Noantri (qui l’avevamo scritto mesi e mesi fa…) destinato a sgonfiarsi a fine stagione.

 

Ironia.  Lo stupidamente idolatrato Macron ci ha fornito lo sberleffo finale con la comparsata western di Bardonecchia.  Non grave in sé quanto piuttosto per quello che rivela intorno a come perfino le mezze tacche (ormai) d’Oltralpe ci considerino.    Intanto il già ottimo Gentiloni difende (ma se ne è accorto?) le norme di epoca fascista sul “fine vita”.

 

Forse il problema è che lui – come noi tutti – è in altre faccende affaccendato.

 

 

 

 

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