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04/07/2017

Flash | DA FANTOZZI A GRILLO E RENZI

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La triste scomparsa del comico (e non solo) Paolo Villaggio ci ha colpito più di quanto non abbia fatto la prevista raffica di dati negativi sull’occupazione… Infatti ci avrebbero stupito di più dati di segno positivo… e cioè del tutto incongrui con la condizione di un Paese che – al di là delle dichiarazioni – assomiglia alla condizione del cavaliere che continuava restare in sella… ma era morto.

 

Le fiumane umane che in questi giorni hanno iniziato gli “hunger games” (giochi della fame, ndr) per un posticino esecutivo in Banca d’Italia (peraltro posto di lavoro assimilabile ad un “albero della cuccagna” ) danno la misura della catalessi in cui si trova il Belpaese.   Una catalessi rinforzata nei previsti tre mesi di vacanze… a partire dalla televisione di Stato…

 

E così, mentre l’estate (una volta era l’inverno e la ripresa post-natalizia…)  si conferma come la stagione degli “addii” l’uscita di scena finale di Villaggio acquista – almeno per noi – un valore emblematico.  E ci spinge a riflessioni più ampie di quelle direttamente riservate (con rispetto) a lui.     Il suo disperato Fantozzi è stato una grande molla non già di impotenti auto-risate o di rassegnazione bensì l’ossigeno di una vera e propria rivoluzione culturale.

 

Ovvero i vinti che non si rassegnano eppure passo passo riescono a sopravvivere e – anche in silenzio – denunciano la vuota arroganza di tutti i “megadirettori”: meglio la loro ottusa stronzaggine.  Un ricordo personale che testimonia dell’impatto del personaggio.   Mi trovavo in pubblico servizio agli Antipodi e – cercando di dare un senso all’”esilio” – mi rivolgevo ad un immigrato polacco (abile artigiano) reduce da un soggiorno di profugo in Italia (uno della moltitudine al seguito del Papa polacco) il quale compiva uno splendido lavoro di “italiano ad honorem”.   E, da italiano, mi chiedeva oltre ala giusta retribuzione, una cortesia personale alla quale teneva molto.   Indovinate cosa?  Qualche pellicola nella nostra smilza biblioteca tratta dai film di Villaggio.  Il profugo (allora…) subiva la nostalgia della rivoluzione fantozziana.

 

Da vero Italiano ad honorem.

 

Si dirà: altri tempi.   E già chi mai oggi chiederebbe – agli Antipodi e come prova del suo legame con l’Italia – un ruggito scatarrante di quell’altro comico genovese assurto all’incredibile ruolo di “Garante”.  Ma de che? Il furbo Grillo appunto.

 

O peggio del peggio qualche vuota fumisteria del già “Premier” (ed ora capo del Partito di relativa e declinante maggioranza, ovvero il cosiddetto Partito Democratico) Matteo Renzi.

 

Il paragone passato/presente è schiacciante come il passaggio dalla lucidità all’illusione. Peggio se pilotata, spacciata come “il nuovo che avanza”.   Ed infatti non c’è consultazione democratica che non segni un arretramento degli “alfieri!” renziani e delle panzane di cui si ammantano.   Mentre continua a prosperare la finta opposizione dell’armata Brancaleone grillina. Quella nata con il “vaffa” e proseguita tra scontrini (da controllare, ah ah) e incapacità strutturale di governo e amministrazione (es.: Roma, Torino sporche come non mai e magari anche mortifere…).

 

Che il mondo (e l’Italia) stessero andando indietro anziché avanti era un “dubbio” anti-storicista che avevamo da tempo ma il fatto – e i paragoni che sollecita – del giorno ce lo conferma appieno, se solo lo vogliamo considerare nel contesto che solleva.

 

E, per questa ragione, noi come l’immigrato polacco-italiano in Nuova Zelanda (in cerca di riscatto e serenità) non possiamo non essere riconoscenti ad un uomo come Paolo Villaggio.  Ci faceva ridere (chi più, chi meno) ma – soprattutto – squarciava un velo di ipocrisia e, così facendo, ci faceva sperare in un avvenire meno falso.   Non è avvenuto così ma – a differenza di altri – non si può negare che abbia fatto la sua particolare, onesta rivoluzione.   Ce ne era – e ce ne è – bisogno.

 

 

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