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25/01/2018

Flash | DA DAVOS AL CAIRO PASSANDO PER ROMA

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La settimana che si sta chiudendo non offre granchè salvo forse una rinfrescante tregua nella più squallida campagna elettorale della storia repubblicana dell’Italia: tasso d’interesse da parte dei cittadini (esistono ormai solo figurativamente e non riescono evidentemente a svegliarsi e schiacciare il bottone a favore dell’uno o dell’altro pretendente in concorso) prossimo allo zero, contenuti proposti idem, insomma una débacle democratica senza precedenti che stride con le litanie rassicuratorie delle “Istituzioni”. Dal Quirinale a Palazzo Chigi e non solo.

 

E, tuttavia, due eventi non possono non colpire l’attenzione benchè entrambi possano difficilmente definirsi come “fatti” impattanti sui media: il Summit annuale plutocratico o meglio dire cleptocratico (si vedano i dati sul famoso uno per cento che si “pappa” l’82 per cento della crescita mondiale…) di Davos e la ricorrenza biennale di quando fu “ritrovato” alla periferia del Cairo il cadavere scempiato del giovane Giulio Regeni.

 

A Davos si rappresenta formalmente uno scenario che (nel caso sopravvivessero le cronache umane…) richiama Monaco alla vigilia della II Guerra mondiale ed analoghi eventi: tutto è rovesciato, tutto è ammantato di retorica e menzogna.   Il “patriota” autarchico Trump e di fronte a lui una pletora di improbabili “globalisti” dalla malandata Merkel ai trionfanti Xi Jinping e Narendra Modi, i due colossi asiatici “uniti nella lotta” per accumulare (come già il Giappone di quarant’anni fa) montagne di buoni del Tesoro statunitense senza risolvere nessuno dei propri problemi di casa.

 

Ora se è vero come è vero che il nodo centrale è quello della diseguaglianza – tra aree, tra Paesi e tra individui – il Vertice di Davos rappresenta come impatto quello che per gli umani normali è una “gita fuori porta”.  Insomma non molto di più che un diversivo di poche ore, destinato all’oblio.   E forse sarà meglio così vista la confusione dei “ruoli in commedia”.   A meno di non credere (chissà?) che l’aggressivo protezionista The Donald sia anche destinato a passare da stolido “elefante” nelle cristallerie “liberiste” a “nuovo Hitler” (naturalmente lui e il “piccolo” Kim….).

 

Pare a noi che il nodo sia altro – e non trattato a Davos – ovvero la separazione ormai irreversibile tra globalizzazione (“privatizzata”) e cooperazione internazionale (ormai morta e sepolta).

 

Il “che fare”  è tutto da scrivere e non resta che sperare in un miracolo.

 

Il secondo “avvenimento” è quello della persistente dolorosa memoria di Giulio Regeni e della totale impunità di autori e mandanti del suo supplizio. E qui la “scala” degli avvenimenti è marcata dalla piccolezza italiana, dimostrata – ad oggi – dalle illusioni inflitte ai genitori  fin da quando venne deciso di inseguire un impossibile “pentimento” della dittatura egiziana.

Non solo ma ben due anni servirono perché le Autorità italiane si rassegnassero all’evidenza che l’omicidio era (forse incautamente) di quello Stato, di quel dittatore così accarezzato da Roma.

 

Si prenda un esempio: all’indomani della scoperta del cadavere e senza aver prima fatto nulla di provato per salvare lo scomparso ed anzi aver proseguito negli accordi energetici (ed altro) con Il Cairo si pensò bene di inviare in Egitto il Direttore del maggiore quotidiano italiano perché raccogliesse le (finte) lacrime di coccodrillo del dittatore.   Ed oggi gli stessi media “scoprono” gli evidenti caratteri di Stato dell’omicidio.    Di più, fuggire dalle responsabilità nazionali ed inventarsi una via giudiziaria con i viaggi del Procuratore di Roma oppure “scoprire” una pista inglese (la professoressa di Cambridge…).

 

Sarebbe evidentemente ora di smetterla e di dire cosa sapeva e cosa faceva l’Ambasciata al Cairo e cosa decideva la Farnesina mentre la Ministra del Commercio Estero (poi dimissionata per altre sue vicende…) firmava, firmava con l’Egitto di Al Sisi.   E intanto Giulio soffriva e moriva.

 

Forse più che di “Ragion di Stato” viene il dubbio trattasi di idiozia di Stato. Alla quale, peraltro, è difficile credere.

 

Quanto ai media, a certi media si può solo dire che le “fake news” (false, inutili e via così) non le ha inventate la rete: il primato spetta alla carta stampata.   E – come si dice – onore al merito….

 

 

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