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14/03/2018

Flash | ALDO MORO E DINTORNI

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“Non credo ora opportuno un accoglimento in modo appropriato della richiesta.  Prego leggere e riferire”.   Suona così un appunto (che ancora custodisco da qualche parte) firmato dall’allora Ministro degli Esteri Aldo Moro ed indirizzatomi in qualità di dirigente sindacale (per il Sindacato cattolico quando ancora la CGIL era di fatto interdetta e, in fondo, poco male dato l’ecumenismo della CISL di allora…).     Si rispondeva così alla richiesta di una sorta di verifica sindacale su i concorsi di accesso alla carriera diplomatica.      Era una preoccupazione di trasparenza meritocratica a fronte di una “selezione” che ci pareva assai oscura e legata a familismi, censure, predestinazioni di classe e di consorteria.

 

In quel foglietto (uno tra i migliaia da lui redatti) c’era tutto il rigore del professore di diritto e del dirigente politico più attento e rispettoso e lungimirante che mi sia stato dato di conoscere.   Almeno in Italia.

 

Come professore a Scienze Politiche l’avevo visto ben poco ma nessuno se ne lamentava dato il livello dei suoi sostituti, ma come Ministro mi aveva lasciato stupito ed ammirato non foss’altro per le doti di acume e pazienza: prestare nelle sue mani il giuramento di fedeltà alla Repubblica entrando alla Farnesina era stata una scossa salutare anche in un’epoca  come era quella – assai (felicemente) iconoclasta.  Era un personaggio – per me – antico eppure moderno, austero ma disponibile.  Come quando in una delle domeniche “a piedi” della crisi petrolifera (dell’inquinamento non ci si preoccupava) l’avevo incrociato di fronte al Palazzo di Giustizia di Roma: io in bicicletta, lui in una delle sue lunghe passeggiate. Al solito cortese su questioni non propriamente di rilevanza planetaria.  Ma alle quali pure poneva attenzione ed ascolto.

 

Quel marzo del 1976, in licenza dal servizio nella Pechino di Mao (con Mao ancora vivo…) rientrando una mattina a casa nel centro di Roma la radio (sì radio…) accesa aveva un tono insolitamente forte e grave.   “Aldo Moro era stato rapito in un agguato terroristico”.  Poco altro si diceva, ma quel poco bastò a provocarmi lacrime: non per la prevedibile svolta nella storia patria, ma per le sofferenze che sentivo l’uomo (un po’ “maestro”) avrebbe verosimilmente dovuto subire.   Ed allora non sapevo fino a quanto: fino non solo a perdere sé stesso ma la vita medesima.

 

Se ne scrivo ora non è tanto perché sospinto dalla “ricorrenza” quanto piuttosto indotto dalla noia incontenibile di questa transizione post-elettorale che vede ometti inutili ed inconsistenti attrezzarsi per una battaglia di logoramento (ma per loro mortale) intorno al nulla e di fronte a   masse (cittadini?) in attesa di svolte miracolistiche più per sé stessi che per il Paese.  Ormai totalmente cloroformizzato: tra imbalsamazione e quieta isteria.

 

E’ vero: l’avevamo capito da tempo che la storia non è affatto un cammino ascensionale o mirato (eclissi dello storicismo) ma è dura da digerire l’abulia, la rinuncia, la beota aspettativa di un miracolismo che già si sente che non verrà.

 

Il ricordo proliferante in questi giorni del Professor Moro porta con sé più che una riflessione su di un futuro che non è stato (anzi è stato interdetto con la violenza assassina) una moltitudine di aneddoti (come questo nostro): da quelli sulla cesura costituita nella “storia” nazionale  dall’omicidio Moro (e della sua conosciuta scorta) a quelli minuti dei protagonisti “esecutivi” dell’epoca. Loro sì sopravvissuti. Così troneggiano memorie (“purgate”) e tardive “opinioni” e soprattutto immagini.  Come quella di una “diva rivoluzionaria” come la già attraentissima e sdegnosa (boh?!) Adriana Faranda.

 

Certo una ferita, molte ferite e rimpianti.  Eppure una tragedia greca, destinata a durare e a fare storia (nella misura del possibile…).

 

E non è questo il caso dello squallido teatro delle marionette che siamo costretti a subire in questi interminabili giorni dominati da felpe, doppipetti d’accatto, inconsistenze politiche ed intellettuali (per così dire), rampanti uscenti ed entranti.

Il tutto per arrivare dove?

Ma è semplice: da nessuna parte.

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