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04/12/2013

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Mettendo da parte l’appassionante notizia delle mutande “verde Lega” acquistate dal Presidente piemontese Cota nell’elegante New England statunitense (a proposito, ma che c’era andato a fare, magari facendo sega all’importante scadenza “identitaria” della sagra della polenta taragna?) e poi debitamente scaricate in nota spese a carico dei contribuenti, ci sembra venuto il momento di spendere qualche preliminare riflessione sulla scadenza “epocale”  delle cosiddette “primarie” da cui dovrebbe scaturire il nome del nuovo Segretario del PD.    Un Partito ritenuto – con qualche malaugurante ottimismo – decisivo per ogni possibile svolta nella crisi politica italiana.

Il destro di questa rinnovata attenzione non ce lo offrono certamente i contenuti – “risucchiati” come di consueto dalla contesa personalistica dei tre giovanotti (insomma due più uno un po’ più “stagionato”) – quanto piuttosto un intelligente commento di Barbara Spinelli, intitolato pudicamente “Perché le primarie non bastano”.  Meglio sarebbe stato un altro più esplicito titolo: “Perché queste primarie non servono”.

Ci ricorda infatti Spinelli come nell’ “odiata” Germania il 14 dicembre i 475 mila iscritti all’SPD (i Socialdemocratici, quelli che annoverarono tra i loro dirigenti Willy Brandt ed Helmut Schmidt…. più vari Cancellieri  artefici del persistente “miracolo” tedesco) voteranno non su un nome o un altro nome di “star” politiche mai verificate nell’Amministrazione o nel Governo del proprio Paese, bensì sulle linee che indirizzeranno la Germania nei prossimi anni.    Con ogni evidenza questo tipo di “primarie” mirano – al di là di questioni non secondarie come la “sana” legge elettorale tedesca o il nodo del “vincolo di mandato” per i “rappresentanti del popolo” a ricostruire un rapporto dialettico tra cittadini e partiti.   Tanto più necessario in quanto la crisi della “forma-partito” è generale nelle cosiddette democrazie avanzate, o liberali che dir si voglia. Dal raffronto tra “noi” ed i “noiosi ed astratti” Tedeschi si capiscono molte cose sul definitivo incistarsi della nostra crisi  che non nasce nell’economia, ma ha caratteristiche (apparentemente irreversibili) di modello politico-sociale.  Nonchè culturale ed etico.

La differenza tra le loro primarie e le “nostre” è che le loro mirano a dare legittimità  e fondamento alle scelte.    Le nostre perversamente consolidano nella politica una logica da “X Factor” o da Festival di Sanremo.   Morti i partiti di massa, trionfano i partiti-azienda o i partiti “mediatici”.   Di più: il problema della legge elettorale è tutto fuorchè “tecnico” o di congruità costituzionale (a proposito che ne è del giudizio pendente alla Corte?  Se confermata l’incostituzionalità del “Porcellum” come sembra in queste ore, lo sarà con quali motivazioni e come i Partiti continueranno a cortocircuitare la volontà plurale dei cittadini ovvero insisteranno nello pseudobipolarismo?).    Semplicemente la volontà popolare è inesprimibile considerato che il “primo classificato” (magari con soltanto il 20% dei voti espressi che peraltro ormai si aggirano intorno al 50% degli aventi diritto al voto) si aggiudica il 55% dei seggi.  E in assenza di “preferenze”, non sa nemmeno per chi vota.  E via distorcendo, fino al punto che la nostra dovrebbe essere definita “democrazia assistita”.   Non certo partecipata.

Il risultato è che i cittadini si sentono non le fonti dell’organizzazione statuale, bensì “pecore da tosare” che al più sperano e si illudono di trovare un pastore che – almeno – aspetti la ricrescita del vello.   Quanto a partecipare basta ascoltare i commenti sui tre candidati alle primarie del PD: “signora mia quello è più bello, quell’altro la sa lunga, non mi fido del furbetto”, e così via.    Intanto procedono dietro le quinte una serie di giochetti.  Un esempio per tutti: l’effervescenza internazionale del giovane Letta pare mirare a “piani b” tipo il rinnovo delle cariche europee, o ad altre finalità “a futura memoria”. Ed allora perché meravigliarsi della disaffezione europea, o perché criticare le critiche “all’ingrosso” alla UE di Beppe Grillo?  Il punto è che l’intero Paese ha una visione alterata vuoi del mondo (globalizzato) e della nostra regione (quell’Europa a cui bene o male apparteniamo e che sola costituisce il nostro “ancoraggio” ).     Ciò non sorprende quando si tenga a mente che l’intera classe dirigente (inclusi gli “studiosi” ufficiali di politica internazionale) continua ad usare gli “occhiali” ottocenteschi dello “Stato-nazione” e dell’obsoleta teoria della “geopolitica” (in auge in Italia fino al 1945…).    Non sono bastati a risvegliarli né le due Guerre mondiali e neppure la frantumazione seguita al 1989 è riuscita ad incrinare il confortevole letargo in cui vegetano.

Ci vuole dunque comprensione per i cittadini “semplici” ai quali un sistema mediatico pesantemente sovvenzionato (con soldi nostri) ammannisce storie come il “sale zucchero e caffè” dell’ottimo Vespa, o quella del decaduto Berlusconi. Candidato europeo eletto…in Bulgaria: il tutto  nella nube rosa del “Paese più bello del mondo”.    E chissà perché in tanti non sognano che di andarsene?

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