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27/11/2013

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Come previsto, come prevedibile, il ventennio berlusconiano si è appena chiuso.  Fuori della sua magione privata (sulla quale aveva apposto la bandiera nazionale inventandosi un uso che è prescritto solo per gli edifici pubblici, ma che bene simboleggiava la sua concezione “proprietaria” della politica: dell’Italia come “bottino”) alcune centinaia di cittadini manifestavano il proprio senso di abbandono.  Ma lui – almeno per ora – non ha nessuna intenzione di abbandonarli ma, se mai, di continuare ad usarli come “scudo umano” per evitare il peggio.  Ovvero venire finalmente giudicato almeno per le numerose accuse che ancora pendono su di lui.

La gelida ed assai tardiva freddezza con cui la politica “politicienne”, professionale (la nomenklatura) lo ha liquidato dovrà essere debitamente digerita dal Capo e dai suoi seguaci.   L’amico Putin – con l’occhio clinico dell’ex agente segreto – gli ha pronosticato l’impraticabilità di una ulteriore resistenza e soprattutto lo ha messo in guardia dal fare affidamento sui suoi seguaci.   Spariranno piano, piano.

C’è voluto un ventennio e – ancora “almeno” – si potrà tornare ad una non allegra “normalità”: i vent’anni non sono però soltanto dovuti al suo talento comunicativo ed illusionistico, ma anche alla sottovalutazione fattane all’inizio, e poi per lunghi anni una compiacenza colpevole assortita di una malsana fascinazione: in fondo lui era uno che “ce l’aveva fatta!”.  In tutti  i sensi, dunque tutto gli poteva essere perdonato e perfino ammirarlo.   E non ci riferiamo ai vecchietti e alle aspiranti veline trasportati a spese del Capo di fronte a Palazzo Grazioli nel freddo pomeriggio romano, quanto piuttosto a coloro che ingaggiarono con lui esercizi sterili come la “Bicamerale” su riforme immaginarie, oppure gli conferirono patenti “realistiche” di legittimità politica.  Così facendo mostravano come al fondo disprezzavano i valori profondi (cattolici, socialisti, liberali e così via) che avevano animato per decenni (magari un paio di secoli) masse enormi di individui coscienti e spesso disposti a sacrificare la propria vita.  Per Berlusconi bastava un nome inconsistente ed imbecille: “Forza Italia” mutuato dalla passione nazionale per il calcio.     Come se il “tifo” potesse diventare l’idea-guida di un Paese moderno e civile.     E gli eredi titolari della memoria del Paese glielo avallavano di buon grado.    E il Paese ha perso vent’anni regredendo ad una specie di “sonno della ragione”.    Che – ahimè – “genera mostri”.     E non mostri fuori di noi, ma anche dentro di noi.

Vedremo nei giorni, nelle settimane a venire come procederà l’elaborazione del “lutto” ed anche dell’ormai svuotato sollievo.    Certo è un gran sollievo (dovrebbe esserlo per tutti) ritornare ad una logica normale, magari ad un po’ più di sincerità: basta abbracci finti, lacrime a comando, iperboli farneticanti (“plotone di esecuzione, vittima sacrificale, crocifissione”) e anche autoincensamenti del tutto immotivati come vantare la (pseudo ammirata amicizia dei leader mondiali…).

Infine e lasciando a domani, e a seguire, una propria analisi del “che fare” si dovrebbe smitizzare la presunta “empatia” di Berlusconi con gli uomini e le donne qualunque: dalla finta adozione della famiglia albanese alle strette di mano (salvo poi nettarsi incomprimibile con aria di schifo) e via ingannando.   Sul ben più pesante “resto” della sua “storia” ci sarà tempo, anche per trarne una lezione al di là della personalizzazione.  Troppo comoda, troppo facile…

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