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30/11/2012

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Con 138 voti a favore, 9 contrari e 41 astenuti l’Assemblea generale dell’ONU ha conferito all’Autorità nazionale Palestinese lo status di Osservatore non membro, ovvero il passo preliminare per la piena membership.   In termini politici si configura per la prima volta un’attuazione del principio dei “due popoli, due Stati”  un suggello fin qui restato un “flatus vocis” a fronte del drammatico incistarsi (e della sua permanente militarizzazione) del nodo israelo-palestinese, fin qui refrattario a decenni di tentata composizione: da Camp David agli accordi di Oslo.

Anzi, se una schematica conclusione può trarsi sulla drammatica impasse registrata fino ad oggi (e punteggiata – come noto – sul campo da innumerevoli eventi bellici, repressivi e terroristici) è che questa nasceva dal carattere non multilaterale, non contestualizzato dei tentativi di conciliazione.

Lo spostamento del confronto ad un terreno che è più proprio della comunità internazionale che di uno o più Stati e, al tempo stesso, il carattere sostanzialmente paritario dei futuri negoziati segna dunque un vero salto di qualità e l’apertura di uno spiraglio.  In più la decisione a larghissima maggioranza, con i prevedibili voti contrari di Israele e degli Stati Uniti e molte variamente motivate astensioni (come quella “storicamente” determinata – anche se poco lungimirante – della Germania), costringerà ad un ripensamento generale…

D’altro canto se la decisione appare complessivamente positiva, questa non mancherà di ripercuotersi   sugli equilibri politici palestinesi con esiti del tutto incerti, anche se il favore della comunità internazionale (mondo arabo incluso) è stato chiaramente espresso a favore della componente moderata palestinese.

Quanto alla reazione di Israele, ormai orbata della posizione “o con noi o contro di noi”  che di fatto tendeva ad assoggettare gli schieramenti nternazionali alle proprie decisioni, questa si misurerà fin dalle prossime elezioni.  E, comunque, è destinata ad aggiustarsi alla ripresa di iniziativa internazionale.

Il voto alle Nazioni Unite ha altresì segnato (a quanto sembra grazie all’intervento equilibratore del Presidente della Repubblica) il ritorno ad una politica estera dell’Italia meno rozza ed unilaterale, il che ha realizzato umolteplice risultato: restituire dignità ad una presenza nella nostra area geo-politica che aveva da tempo abbandonato le proprie linee storiche (quelle di grandi Ministri degli Esteri come Moro e lo stesso Fanfani) per accucciarsi in una incondizionata acquiescenza non tanto a Washington quanto a Tel Aviv.

Il nuovo fiasco dell’Ambasciatore Terzi (nell’inopinato ruolo di Ministro degli esteri) richiederebbe a questo punto una riflessione ai più alti livelli sulle ragioni che hanno spinto il Governo e la Farnesina (o quel che ne resta) a onferire tutti gli incarichi (da quello di Ministro a quello di mega-direttore politico) ad ex Ambasciatori d’Italia in Israele.  Ovviamente il punto non è quello della nostra amicizia con il popolo israeliano (come del resto con quello palestinese), quanto quello della dipomazia come punto centrale della difesa degli interessi nazionali. Italiani e, magari, volti agli equilibri globali ma non a questo o quello altro Stato.

Del resto l’unico successo conosciuto del Ministro Terzi (a parte il catastrofico “debutto” con la questione dei marò in India) fu la “storica” visita (con annessa “kippah) di Gianfranco Fini in Israele.   A lui giovò, all’Italia chissà.

Sarebbe infine utile che nell’imminente canmpagna elettorale nazionale la politica estera del Paese – e le sue strutture – fossero – trattate con quell’approfondimento che non si esaurisce in intermittenti sussulti di (spesso malriposti) di orgoglio nazionale.   Un orgoglio che non coincide affatto con le posizioni più reazionarie, bensì con quelle più consapevoli e più rispettose della Repubblica e dei suoi cittadini.

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