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07/11/2013

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Con l’ingloriosa chiusura dell’ “affaire” Cancellieri in cui l’omertà partitocratica ha prevalso sul rispetto per i cittadini e per l’immagine del nostro Paese, pensavamo di aver in qualche modo toccato il fondo.  Almeno per questa settimana. E invece no.

Mentre New York gioiva di essere stata capace di riportare al centro dell’attenzione dell’iniziativa politica i propri cittadini, la stragrande maggioranza di essi – e ne parleremo oltre – l’Italia tutta – o quasi – sprofondava nella vergogna (che non mancherà di essere internazionalmente rilevata) di una nuova, invereconda, dichiarazione dell’uomo che da vent’anni tiene in pugno i destini nazionali.

Questa volta Berlusconi – all’apice del suo evidente delirio narcisistico (non privo di estimatori…) -  ha paragonato i propri figli ed il dorato disagio in cui si trovano a causa delle sue disavventure giudiziarie (ovviamente tutte dipinte come invenzione e/o congiura) ai bimbi ebrei al tempo della “shoah”.   Chi ha visto una sola volta un’immagine dei bambini scaricati dai treni piombati e separati a colpi di frusta dai genitori spesso avviati direttamente non al resort keniota di Briatore bensì alle camere a gas, non può non provare un moto di vomito (per i credenti di umana pietà) di fronte a siffatta indefinibile affermazione.

Comparare Anna Frank e il suo tenero amore perduto a Barbara Berlusconi, il calciatore Pato (e magari il possesso dell’intera squadra del Milan) significa aver smarrito (se mai lo si è posseduto) non solo e non tanto la dignità che converrebbe a chi ha detenuto e detiene pubbliche responsabilità quanto ogni barlume di senso comune.   Difenderlo è ancora peggio, perché se la botte dà il vino che ha (e tanto peggio per chi non distingue il vino dalla feccia e per chi ha così a lungo simulato di apprezzarla e di preferirla), ora il punto è quello di quali altri abissi di insipienza e di afasia morale siamo ancora destinati a toccare.

Si trattasse di un cittadino qualunque il nostro Stato – pervasivo a sproposito e al tempo stesso privo di qualunque senso critico – avrebbe già avviato le procedure di trattamento sanitario obbligatorio.   Mentre si compie il classico demagogico salto in avanti su temi quali l’omofobia e il “femminicidio” (entrambi peraltro già coperti da precise ed univoche norme penali e di civile convivenza), un episodio come questo viene liquidato come “battuta”, “sfogo” ed assorbito nel fangoso folklore nazionale.  Esattamente come il “familismo” del prefetto “di ferro” (aì tempora, aì mores…) Cancellieri.

E questo è solo l’antipasto di quanto accadrà se la “profezia” (registrata dal “notaio” Vespa) della grazia presidenziale non si avverasse.

Così, mentre possiamo risparmiare commenti vuoi sul peggiorare della recessione (altro che “agganciare” il treno della ripresa…) del tutto indifferente all’andamento delle aste del Tesoro e – ovviamente – alle estemporanee anticipazioni del Ministro “tecnico” Saccomanni, converrà spendere due riflessioni sulla trionfale vittoria del “supermeticcio” Bill de Blasio eletto sindaco di New York con oltre il 74% dei voti, un risultato netto, voluto e reso possibile da una legge elettorale (come nota acutamente – a raffronto con i casi italiani – Vittorio Zucconi) al fondo rispettosa di quel principio della “representation”.    Un caso appunto opposto al nostro in cui del binomio “No taxation without representation” è da anni ed anni rimasto solo il concetto di “taxation”: essendo – come noto – forzosamente delegata la rappresentanza ad una nomenklatura che – da molto tempo – rappresenta soltanto sé stessa ed i propri interessati accoliti.

A New York – dopo gli “aggiustanenti” tecnici dei repubblicani Giuliani e Bloomberg – è tornato il tempo di misurarsi con i cambiamenti economici e culturali legati ad una globalizzazione (ed un cosmopolitismo) di cui la città verosimilmente costituisce il più grande “laboratorio” mondiale.    Ma anche il tempo di ribilanciare differenze economiche e di opportunità che vedono oltre il 40% della popolazione confrontata con la soglia della povertà.

E c’è di più, perché sentire De Blasio ringraziare in una pluralità di lingue i propri elettori ha fatto stringere il cuore pensando ai parlamentari italiani spesso perfino incapaci di pronunciare correttamente la parola Afghanistan (figurarsi sapere dove sia o quali siano i problemi sul tappeto e se e come si relazionino a noi) nel momento stesso in cui ne votano l’oneroso impegno militare.

D’altro canto proprio un Paese come l’Italia che dal cosmopolitismo ha tutto da guadagnare (e su cui aveva nei secoli costruito la propria forte identità… altro che Cavour, i Savoia e compagnia cantante) si attarda viceversa in una provinciale – autoconsolatoria – contemplazione di sé ed anzi ostenta la propria indifferenza per l’“altro”.    Non ci sarà da stupirsi se dall’attuale fase di abulia si passasse ad una di sempre più attivo risentimento verso la pletora di “cattivi maestri” di cui siamo – non da oggi – infestati.

 

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